Rincorsa a Sud

autunno

Niente da fare, l’autunno mi imbriglia con i suoi colori e mi costringe a rallentare: procedendo verso sud, è tutt’un rincorrersi di viti come scolaretti in fila indiana con la divisa ororosso e ruggine ed i ciuffetti verdi. L’armonia di questi paesaggi fa da contraltare ai continui dislivelli, lungo i quali borghi, rocche, torri, boschetti, case coloniche e qualche indecente costruzione moderna si alternano. Capisco perché un disegnatore come Pericoli voglia vivere qui: sembrano usciti dalla sua matita i paesaggi.

un paesaggio rosso di pericoli

un paesaggio rosso di pericoli

Quindi rincorro, perché dalla regia mi hanno fatto notare che il solo vincolo lo avevo io, tra i 4 viaggiatori, ed era il traghetto del sabato sera per Zadar. Ma non corro: preferisco saltare una destinazione o due, e continuare a muovermi con calma nelle altre, che fare tutto come un maratoneta all’ultimo km. D’altronde, sul traghetto potrò raccontare quel che non riesco a dire qui, tra un paese una strada e una fetta di prosciutto.

Mi sono portato così verso i Sibillini e Visso, ma pian piano. Stamattina sveglia presto, dopo una bella dormita su un duro letto colonico, dalla testa restaurata e le lenzuola dure. La mia meta della giornata diventa l’Abbazia di Chiaravalle nella riserva naturale di Fiastra: questa ho scelto, per non esserci mai stato e per il richiamo che esercita in me l’espressione “riserva naturale”.

E perché questi cistercensi mi hanno sempre appassionato: iniziarono a costruire i loro centri con un’architettura modulare: secondo alcuni studiosi il loro metodo rispecchia la filosofia scolastica e, di conseguenza, equivale al modo di rimare di Dante… ma magari ne parliamo un’altra volta. Quello che affascina è che questo sistema modulare di costruzione permetteva a un pugno di cistercensi di arrivare in un luogo, porre le prime pietre, mostrare come si fa ai locali e ripartire per un’altro sito da colonizzare: una tecnica perfetta, direi.

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L’Abbazia di Chiaravalle a Fiastra effettivamente è come dicono le guide: una delle meglio conservate d’Italia. Quello che però mi colpisce, sarò noioso, è la natura circostante, che pullula di minuscoli, rumorosi e invisibili animaletti innocui, di foglie sempreverdi e foglie rosse, dimostrando un misurato caos attorno all’ordine integerrimo dell’edificio. Molto misurato: la natura da secoli qui si è adattata ai bisogni dell’uomo, che ha saputo sfruttarla senza, come dire, offenderla più di tanto e ne è stato ripagato. Così si notano segni di colture, e macchie arboree che, nella riserva naturale, arrivano a mostrare tutta la propria personalità. In effetti, ecco cosa colpisce di questo luogo: la storia dell’uomo e soprattutto la storia della natura assieme all’uomo. Con i loro litigi, i disaccordi, ma anche le armonie, i compromessi.

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Ne vien fuori un paesaggio piuttosto paradisiaco: non il paesaggio montano e contadino, ruvido, che ho ammirato sino ad ora; uno più docile, invece, anche nei suoi momenti selvaggi. La Selva, che attraverso senza la fortuna di incontrare un capriolo, e che è il cuore di tutta la riserva, è oscura, sì, e ombrosa, e selvaggia, ma sempre… amica…

Da quando quei frati misero piede qui, è venuta a crearsi una simbiosi esemplare. Non che sia un bene, e nemmeno un male. certe volte vorrei che tutto fosse selvaggio. Altre resto ammirato dagli sforzi umani nel disegnare la natura. Altri ancora mi inchino di fronte alla forza con cui la natura si riprende le sue forme.

Qui l’uomo è talmente presente, talmente protagonista da secoli, che per quanto si chiami riserva naturale, beh, potrebbe trattarsi di un luogo di studi antropologici… e in parte lo è.

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Ci sono segni dell’uomo e si ripercorre la vita dei lavoratori in questi campi. La visita all’Abbazia scopre chiostri e navate che ancora regalano impressioni di sacro… ma devo ammettere che dopo un po’ ho preferito salire verso la selva, dove non ci sono vasi per le piante e i fiori.

So long, Barone Rampante

 

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