Musica e Riflessi

Come mi sembra abbiano fatto i miei soci di blog, ho seguito il consiglio di Paolo e ho spento il computer per due giorni interi. Nessun collegamento, nessun post, nessun aggiornamento. E’ stata un’esperienza mistica. Qualcuno, su Facebook, mi ha chiesto che fine avessi fatto, come sarebbe potuto accadere qualche decina di anni fa in un paese di provincia: il fornaio non vede il cliente abituale e quando finalmente quello arriva, gli fa

– Ma che fine hai fatto?

Mi piace Facebook, e mi piace molto anobii, che è del tutto diverso. Ma certo è una sensazione strana quella di sentirsi chiedere “che fine hai fatto?” se per due giorni sei rimasta lontana dalla rete. Non so, qualche volta mi sembra che la forza di questi social network non risponda ad altro che al nostro desiderio di non sentirci abbandonati: forse non vogliamo stare necessariamente in compagnia, ma di certo non vogliamo sentirci dimenticati. Come diceva Joe Jackson? I can’t Live with you, but I can’t Stay without you…. beh, il web è una buona soluzione :-)

A parte questi discorsi, naturalmente siamo tutti rimasti spiazzati. Ammetto che ci siamo sentiti, almeno io e Kyria: è simpatica quella ragazza, a volte sembra così insicura e altre volte sembra in grado di riempire un’arca di animali obbedienti sotto il diluvio.

– Tu che fai, scrivi o no? – mi ha chiesto

– Io no, per fortuna. Volevo proprio disintossicarmi qualche tempo dal computer. Non sono abituata a portarmi appresso la tecnologia.

– Ah… va bene – è rimasta un po’ in silenzio – allora non scrivo nemmeno io – ha detto poi, come una sorella minore alla maggiore. Mi ha fatto tenerezza.

– Come va? – le ho chiesto.

– Alla grande – è ripartita – vedrai che interviste che ti faccio, e poi ho in mente un po’ di post… però – ha detto poi, un po’ seria – è strano fare tutto questo giro sola. Tu almeno, hai un amico

– Ma tu sei vicina a casa – ho risposto. Poco convinta.

Ci siamo lasciate promettendoci di risentirci, o di scriverci sul blog. O su facebook (lei usa anche twitter, io no, mi spaventa quel tritapensieri).

Comunque, siamo arrivati a Zadar senza l’obbligo di scrivere, così dopo aver preso posto in un albergo moderno e un po’ freddo, ma super attrezzato, ho lasciato il computer nell’armadio.

Che dire di Zadar? Si riconosce la città organizzata, il nodo di passaggio di uomini e merci. Per quel che mi riguarda, mi piacciono i porti. Sono convinta che le città che abbiano davvero un senso siano quelle con un bel porto, o quelle con un grande fiume. Insomma, dove la corrente abbia qualcosa a che fare con lo sviluppo cittadino, assieme all’acqua.

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Il centro è chiaro, risplende quasi quando c’è il sole, per via del marmo di tutte le strade e delle costruzioni. La chiesa di San Donato, in particolare, che effettivamente è di una bellezza straordinaria, sembra raccogliere la luce tra le sue pietre e ributtarla fuori. C’è gente quando decidiamo di girare per le strade, non troppi stranieri e molti croati. E’ più completa questa città delle altre incontrate sino a qui: si riconosce il rapporto con Venezia, senza dubbio, ci sono anche le mura con l’immancabile Leone che in un modo o nell’altro i veneziani riuscivano a ficcare dappertutto, ma si nota che, dopo, ha avuto una crescita sua, si è affrancata, non si è accontentata di rimanere “bella”.

Giriamo un po’ in queste strade affiancate da aiuole dove ogni tanto spunta un residuo di architettura veneziana, prima di spostarci verso il lungomare. Mirko ha co sé la gioda, che sfoglia distrattamente, non vede l’ora di liberarsene ed infilarla nella mia borsa:

– Non ho capito perché te la porti dietro se odi così le guide

– Per essere gentile con te. Magari ti va una pasta allo chantilly all’improvviso, ed io pronto cerco l’elenco delle pasticcerie.

Gliela requisisco e me la infilo nella borsa:

– Non abbiamo bisogno di questa per capire dov’è il mare

Il lungomare è estremamente affascinante. Non sono esattamente un’amante della vita da spiaggia, ma adoro il mare e questi posti, del tutto diversi dalle spiagge tradizionali, mi affascinano, come mi affascinava il mare ostico di Trieste che per tuffarsi bisogna letteralmente scendere dal marciapiede :-)

Ad un tratto, percorrendo la passeggiata lungomare, ci accorgiamo che in un punto della strada c’è un certo numero di persone sedute sui gradini. Andando avanti, scopriamo che non si tratta di un semplice luogo di ritrovo, e Mirko si batte la mano sulla fronte

– Ma certo, me l’ero scordato. Qui c’è l’organo di mare.

L’organo di mare è l’invenzione di un architetto, Nikola Basic, che ha creato una gradinata di scale che scendono in mare e assieme al mare suona:

Lo stesso architetto, qui vicino, ha poi realizzato il Saluto al sole, un cerchio di pannelli fotovoltaici di grande suggestione, ma lo scopriremo tornando qui al tramonto, quando i suoi effetti dialogheranno con la musica dell’organo:

saluto al sole

saluto al sole

E al tramonto avremo anche modo di prepararci ad una bella cena a base di pesce proprio su questo lungomare. In effetti Zadar si dimostra via via che passa il tempo più ospitale: all’inizio la sua modernità e il suo essere “città” stride con la splendida natura attraversata per raggiungerla, e con tutti i paesini che abbiamo incrociato. Ma poi le cose si aggiustano, i bar assumono un’aria familiare, il centro di marmo ha più senso quando ci si avvicina al mare e ci si rende conto che tutto, qui, vuole specchiare il cielo. Allora si sta al gioco, ci si siede e si sta a guardare, sperando di ricevere un po’ di riflesso.

– Ho fame – mi interrompe Mirko, il solito poeta.

Edy

 

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