Il centro della periferia

Un bell’articolo su Dubrovnik ci ricorda che non è facile includere la città in un giro della Croazia, viste le distanze dagli altri centri del Paese, ma che vale la pena comunque visitarla, anche a discapito di mete interessanti che si trovano più a nord.

L’articolo ricorda anche come città di questo calibro abbiano attraversato distruzioni e guerre, colpendo come poche altre l’immaginario collettivo: ricordate il ponte di Mostar abbattuto? O pensiamo alla città belga di Bruges, che scampò i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale in virtù della sua bellezza.

Il ponte di Mostar dopo il crollo

Dubrovnik non è una città come le altre: paragonabile solo a Venezia per ricchezza in Adriatico e per capacità diplomatiche, seppe fuggire al dominio della Serenissima pagando prima all’Ungheria e poi agli ottomani per la propria indipendenza. Un comportamento scaltro, che le ha permesso di crescere e prosperare sia economicamente che culturalmente – e a divenire simbolo assoluto della libertà in Occidente.

Somiglia a un pugno che si allunghi in mare, forte e fiero. Ma ci dice anche che dalla distruzione ci si solleva solo accettando aiuti altrui, e che la bellezza è una difesa dai mali della guerra tanto quanto le mura petrose nell’antico medioevo. Dopo aver abolito la schiavitù per prima in Europa, continua insomma a darci lezioni.


Le barche

Ci sono ancora nella campagna delle Marche posti come questo. Si trovano per lo più sul retro di vecchie case coloniche abbandonate, con le porte scalcinate, le stalle vuote, i catenacci arrugginiti. Qualche contadino utilizza quelle zone a modo di rimessa. C’è di tutto.

Pneumatici di trattori rovesciati, carretti di legno popolati da insetti, plastiche spesse due dita accartocciate. Botti di rovere consumate dalla pioggia, cesti, cestini, secchi, secchielli, forconi pale vanghe rastrelli e vecchie pinze. Attrezzi di ogni foggia. C’è la rimessa in muratura per un grosso maiale soprannominato Johnny, ha gli occhi azzurri coperti dalle orecchie. Ci sono, anche, gattini che saltellano felici tra una maceria, una radice ei mattoni della casa abbandonata.

E ci sono questi bancali in legno con sopra tanto tanto fieno. La gente qui le chiama Le Barche, come se questa campagna, ancora, fosse un mare.


Boat-Ride Man of Zadar

“Uno alla volta, salite uno alla volta! Signora, si appoggi a me, mi dia il suo braccio. La barca è leggera, fate attenzione”

“Come ondeggia, fortunatamente il mare è calmo. …ma perché non partiamo?”
“Sta aspettando che arrivi altra gente, così guadagna un po’ di più. Ecco, a parte questi due che salgono ora, non credo arrivi qualcun’ altro per un po’. Dovremmo partire.”
“Che emozione, arriveremo in barca al centro storico per il mio compleanno, in barca a remi poi! Spero non mi arrivi qualche schizzo d’ acqua e mi rovini il vestito”
“Gli altri ci raggiungono dopo allora?̕””No, sono già al caffè nella piazza davanti alla chiesa che ci aspettano per un Martini. Poi ceneremo in quel ristorante laggiù, con la vista sul mare!̕”   “Bellissimo! Vedremo anche questo signore e la sua barca mentre ceniamo!̕”   “Certo, lui fa avanti e indietro fino a mezzanotte.̕”

“Scendete dal centro prima, appoggiatevi al mio braccio.”
“Sono cinque Kune a testa. Grazie, grazie, fate attenzione, grazie!̕”

“Dai, se facciamo in tempo riprendiamo la barca dopo cena, ma a quanto corrispondono cinque Kune?̕”
“A meno di un Euro.”

Boat-ride man of Zadar, 2011.


 

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