Qualcosa sulle donne

Infinite sono le strade per cercare di capir qualcosa dell’animo femminile, della sua complessità, delicatezza, profondità. Due di queste strade, per caso, si incrociano nel capoluogo marchigiano, Ancona, nella stessa settimana: la narrativa e la psicoanalisi.

 

 

 

Nel primo caso, si svolgerà giovedì 26 gennaio alle 17, presso la sede dell’Assessorato alla Cultura di Palazzo Camerata (via Fanti) un incontro sul romanzo Persuasione di Jane Austen. Raccontato in maniera non convenzionale dall’esperta Oliva Sori e con ospiti membri del Club riccionese dedicato alla scrittrice, il romanzo uscito postumo ben 200 anni fa non dimostra uno solo dei suoi anni, specie di fronte alla messe di opere dalla discutibile profondità dei nostri tempi. L’animo femminile, ma anche quello di un’intera società, è scandagliato con ironia dalla grande scrittrice d’oltremanica che nello stesso tempo con Persuasione affranca le donne dal fino ad allora consueto ruolo di secondo piano nella scena letteraria. L’incontro rientra nella serie di incontri Un libro al profumo di tè curati dall’associazione Aleph Zero.

 

 

Altro approccio quello della psicoanalisi (ma come non inneggiare alla multidisciplinarietà a proposito di un argomento tanto ostico?) che cala, sabato 28 gennaio alle 17 presso la Sala del Consiglio Comunale di Ancona (piazza XXIV Maggio) uno dei suoi assi: Antonio Di Ciaccia, presidente dell’Istituto Freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e curatore per Einaudi di diversi Seminari di Jacques Lacan interverrà sul tema La verità delle donne sull’amore. L’incontro rientra nella serie di iniziative dal titolo L’amore e la donna organizzate dall’Antenna del Campo Freudiano di Ancona.

Due appuntamenti differenti per un viaggio diverso da quelli che abitualmente raccontiamo, in uno dei territori più sconosciuti dal genere umano :-)

 

 

 


 

 

 

Paolo

24 gennaio 2012

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Una visita al Museo

In un giorno feriale d’inverno avventurarsi per il centro di Loreto è nel contempo strano e affascinante. I piccoli negozi che si allineano in direzione della Basilica, nel freddo e nel buio della sera, con pochi passanti tutti o quasi del paese, stanno aperti per abitudine e voglia di socializzare dei proprietari, qui siamo tutti conoscenti e amici, andiamo ad aprire e facciamoci due chiacchiere, va là. Nel mercato di santini, fotografie delle adunate, oggetti sacri e gadget da turisti, c’è questo piglio di campagna, da bottega di una volta, che se non facesse così freddo si starebbe fuori sulla sedia di paglia a bisticciare.

Loreto è una bella cittadina con belle strade, palazzi egregi, una attivissima biblioteca frequentata da adulti e bimbi italiani e stranieri, e tanti giorni all’anno senza il traffico dei grandi eventi religiosi, delle date importanti e delle ricorrenze.

In un giorno di questi è possibile venire qui, farsi a piedi la strada delle botteghe il tempo necessario per gustarsi le più originali e deliziose, arrivare alla piazza della Basilica e fare: AH!

Dopo aver detto AH! e aver visitato la Basilica –  i capolavori di Melozzo da Forlì e Luca Signorelli meritano un’attenzione speciale – si sale al secondo piano del Palazzo Apostolico per visitare il Museo Antico Tesoro della Santa Casa.

Può capitare (a me è capitato) di sbattere contro la porta a vetri che non si apre: la ragazza addetta ai biglietti si era assentata pochi minuti, e aveva (fortunatamente) bloccato la porta prima di farlo. Niente di grave, soprattutto perché al suo ritorno si è profusa in scuse con il solo sguardo imbarazzato.

Dopo il pagamento di un biglietto onesto (4 euro) in un giorno feriale e invernale può capitare (a me è capitato) di aggirarsi da soli per le stanze del Museo. La serie di dipinti è notevole e nella prima parte della visita, quella ospitata dalle sale non rinnovate, si apprezza anche la scarsa illuminazione. A volte è bene, infatti, ammirare le tele, specialmente gli olii, intiepidite dalle luci e non sconvolte dai faretti sparati come in certe mostre che dimenticano l’autonoma luminosità della pittura. Dipinti del Crespi, del Conca, del Tibaldi, Zuccari, Guido Reni, Filippo Bellini escono bene tra un arredo sacro e un paramento, nell’ombra delle stanze silenziose. Spiccano i possenti affreschi del Pomarancio staccati dalla cupola della Basilica,  ma sarebbe bugiardo non dire che, al termine di questa sequela di sale, l’ultima è quella che colpisce maggiormente. Si tratta della camera da letto destinata ai Pontefici in visita a Loreto e vi si respira, tra doni di diplomatici stranieri e arredi scarni ma potenti, un alito di vita personale di chi segnò la storia, come Papa Giovanni XXIII.

Per arrivare al piano superiore si percorrono scale e stanze con opere contemporanee non di particolare interesse, come si tirasse il fiato. Giunti in alto, nella sezione più importante del museo, in un’architettura avveniristica che un poco stride con quanto si è visto sinora, tra ferro e travi di legno, si trovano le opere di Lorenzo Lotto per Loreto e altri dipinti di ottima fattura.

Il maestro veneziano è stato per secoli relegato in un cantuccio della storia dell’arte perché difficile da catalogare, da inserire nella griglia un po’ facilona che divideva tutto tra fiorentini, veneti e romani, all’ombra dei maestri di classe superiore (i Michelangelo, Raffaello, Tiziano…). Finalmente, e grazie al genio critico di Roberto Longhi (che scrisse nel 1946: “artisti come il Lotto, il Caravaggio, il Rembrandt finiscono come dei vinti, quasi al bando della società in cui si trovano ad essere ospiti indesiderati, perché in contrattempo, perché più moderni di essa”), oggi Lotto è considerato come merita. Questo però, diciamolo, non significa che qui si trovino dei veri capolavori: si tratta più di opere realizzate in tarda età dal pittore, da sempre protagonista di una dibattuta vita religiosa, bellissimi dipinti che però non spiccano nella sua lunga produzione. Tutti, tranne la Presentazione al tempio, davanti al quale durante la visita è un obbligo soffermarsi con maggiore attenzione e godere del disegno complessivo, della trama narrativa, della mano.

In questa ala del Museo è ospitata anche una bella collezione di arte contemporanea: per gli amanti della scultura si sottolinea l’opera di Valeriano Trubbiani, scultore marchigiano tra i più importanti del Novecento italiano, mentre per chi ama le virtù del disegno da non perdere i bozzetti di Cesare Maccari per la cupola dell Basilica.

All’uscita la piazza semi-vuota è quasi surreale e dalle camminate del piano nobile si ammira la parte alta di una delle Basiliche più importanti al mondo. C’è quasi da ringraziare la sorte se la giornata è così fredda, il buio così buio, le Marche così Marche, così piene di cose belle non (ancora) aggredite dalla folla.

 

 


La storia è dura

I Balcani sembrano ormai sdoganati dall’idea che, a ridosso del conflitto degli anni Novanta, l’immaginario collettivo si era costruito. I tour operator iniziano a rendersi conto che possono mettere sulle loro copertine il termine Balcani senza per questo ottenere reazioni contrastanti.

Questo è ovvio, ed è meraviglioso: i paesi interessati dal conflitto sono cresciuti e si mostrano al mondo con tutte le loro meraviglie naturali, artistiche, culturali, con una voglia fortissima di stare assieme e divertirsi, con quell’originalità espressiva che è solita essere figlia di periodi terribili e passati.

Ma c’è modo e modo di liberarsi dai legacci del passato. Il peggiore, è ignorarli. Il migliore guardarli da vicino, saggiarli, capirli. Persino visitare luoghi bellissimi per rintracciare momenti dolorosi della storia. Capire attraverso le ferite inflitte alle città qualcosa in più dell’uomo che le ha vissute e vive.

Anche questo è il tema di un libro che si occupa di luoghi bellissimi come Sarajevo, Mostar, Belgrado in maniera diversa e difficile.

Scoprire i Balcani significa anche questo.

 


Viaggiare Scrivere Comunicare

Segnaliamo l’evento romano dell’11 febbraio, Travel Blogger Elevator, un appuntamento dedicato a quanti in rete scrivono di viaggi. L’occasione di conoscersi, confrontarsi, ispirarsi, sentire anche semplicemente che aria tira.

Noi di VTM – i veri e gli inventati – siamo convinti che ancora oggi, nell’era del multimediale, si possa e talvolta si debba viaggiare per il solo gusto di farlo, magari senza macchina fotografica, magari senza iphone, senza tablet. Nello stesso tempo, il racconto del viaggio è in un certo senso una sua prosecuzione, un rifiuto della sosta, il tentativo di estendere ad altri la propria esperienza.

Oggi di viaggi scrivono in molti, chi per lavoro chi per passione. Ci si affida sempre di più alle opinioni e ai racconti dei bloggers, ci si appassiona a luoghi che nemmeno immaginavamo: è un viaggio di scoperta collettivo che non sostituisce l’esperienza ma la dilata nel tempo – in un prima e un dopo capaci di appassionarci.

Più che un valore aggiunto, un’aggiunta di emozione. Che è il significato a nostro parere più profondo della rete.

Noi di VTM ci saremo, a Roma.

Ascolteremo storie, che è la cosa che preferiamo fare.

 

 

Paolo

10 gennaio 2012

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