Itinerario di Edy
Non sono brava a distinguere tra i miei sensi, quindi non sarà facile accontentare Paolo: la sua richiesta di descrivere le cose che ci hanno colpito, una per ogni senso, è davvero complicata per me.
Il fatto è che mi capita, spesso, di vedere i suoni, o ascoltare i colori, e so che queste cose le fa il cervello, ma in poco tempo tutti i miei 5 sensi sono allertati, svegli, attivi sulla medesima sensazione.

Ad esempio, quando mi trovavo a Hvar. Nell’entroterra, sulle alture dalle quali si scorgeva il mare. L’azzurro del mare si respirava salato, e nelle narici era decisamente azzurro. Non poteva essere di un altro colore. E le foglie degli ulivi che riflettevano argentee la luce, erano nello stesso tempo tanti sonagli immaginari: tintinnavano come campanelline, e sollecitavano il mio udito.
Ma non solo. C’era la piccola ghiaia dei sentieri che percorrevo, il terriccio polveroso che sfregavo con le mie scarpe rigorosamente da tennis ma che avevo la netta sensazione di toccare… e quello era il tatto, anche se non mi sono mai chinata a raccoglierne un pugno, ma anche l’udito (frsh frsh) e la vista quando abbassavo il capo nel vento.
Tutti insieme i miei sensi. Non posso negare che gli ulivi nervosi abbiano anche una voce, per chi vuole ascoltarli.
E voi?
Edy
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Ho un amico più amico di prima, abbiamo fatto della strada assieme, ci siamo salutati nei corridoi degli alberghi prima di andare a dormire e gli ho prestato uno dei miei due spazzolini perché, mio Dio, si era dimenticato il suo
Ho visitato due nazioni: sarei dovuta andare fino alla terza, il Montenegro, ma non ho fatto in tempo. Ho visitato la nazione più verde d’Europa, la Slovenia, ed una piccola nazione che ha sette patrimoni dell’Umanità Unesco al suo interno.

Ho scoperto angoli, baie, spiagge, rocce ma anche chiese, edifici, piazze che ricordano così da vicino Venezia che, se ci pensi, ti ritrovi immersa nel Rinascimento, ancora. Ti aspetti dame, pittori e intrighi, affreschi e cortigiane.
Ho mangiato un sacco di pesce. Bevuto Spritz rossi e bianchi. Mi sono fatta fare dei massaggi. Ho cenato a lume di candela, talvolta rimpiangendo di avere a disposizione solo un buon amico, e sono certa che anche lui avrà pensato lo stesso, tanto era un incanto la scena che dividevamo. Ma alla fine, meglio così forse…
Sono stata fuori molti giorni ed ora che sono tornata ho soddisfatto la nostaglia di casa, ma sono invasa da quella del viaggio: la sola nostalgia che non si può curare, se ce l’hai. La nostalgia dei posti in cui non sei.

Mi chiederanno di raccontare anche altre cose: come era la gente, ancora due parole sulle città che ho visto, come si è mangiato e se erano gentili negli hotel. Magari alla fine chiederò di farne un altro, di viaggio per questo strano blog, chissà: magari lo farò.
Ora ho una strana sensazione. Piove, finalmente, già è strano non sentire Mirko da due giorni e pensare ai panni stesi ad asciugare che dovrò, per forza, rificcare in lavatrice.
Ho camminato attraverso strade che non conoscevo, sentendo alle mie spalle frasi in una lingua che non conoscevo e non capivo. E questo è quanto, in effetti, volevo.
Chiamerò Mirko per cenare fuori. Gli chiederò cosa scriverebbe lui, dei luoghi visitati.
Edy
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Siamo sulla via del ritorno. La nostra ultima visita è a Trogir, che le guide della Croazia definiscono “gioiello”, “perla”, “meraviglia”, “tesoro” del Paese. Dopo ci avvieremo verso un traghetto della Jadrolinija, la compagnia di bandiera croata, che ci porterà ad Ancona. Ci godremo il rientro, se così si può dire (ad ognuno le sue considerazioni) e a quanto so lunedì mattina ci incontreremo tutti quanti per raccontarci un po’ di impressioni e sensazioni.
Durante il viaggio, ci sembrava una bella idea tenere Trogir per la fine: come un bambino davanti a un cabaret di pasticcini che si tenga per ultimo quello con dentro il cioccolato fuso e panna tutt’intorno
Ora, però, non credo più sia l’idea migliore, proprio come accade a quel bambino, che mentre si divora la sua pasta prediletta pensa, inevitabilmente:
- avrei dovuto mangiarla per prima per gustarla appieno!
In effetti, visitarla per ultima significa:
1) faticare più del previsto quando è il momento di partire dal Paese;
2) avere la mente già colma di altre cose belle, brutte, eccezionali viste nei giorni precedenti e sentire invece questa città che spinge per occupare spazio nella vostra mente (il bambino con le paste);
3) avere già in mente la propria casa, il che è inevitabile un giorno prima della partenza, e improvvisamente innamorarsi di un altro luogo: come se Johnny Depp vi facesse una dichiarazione di amore mentre andate verso l’altare con un altro uomo…

Mirko sa esattamente di cosa parlo. Non credo di averlo già detto, ma lui ha vissuto gli effettivamente pochi anni della sua vita in molti luoghi: colpi di fulmine geolocalizzati, li chiama: si innamora di un luogo e ci rimane finché può. Parigi, Cadice, Helsinky…
Trogir dunque è questo spettacolo di pietra, stradine, viuzze, piazze e campanili che sinceramente ha poco da invidiare persino a Venezia. Ancora una volta mi trovo di fronte a una città paradossale: così piccolo il centro, e così monumentale. Ci si chiede come si sia potuto pensare di racchiudere statue, palazzi, capitelli, bifore, trifore, campanili, facciate, navate, transetti tutti in questa specie di isolotto legato al continente da un cordone ombelicale artificiale.

Chi può avere avuto un’idea così balzana?
Il fatto è che, recita rigoroso Mirko dopo aver consultato la guida nel corso della notte, nel medioevo la storica Traù
- era una città attivissima, ricca di commercio e fiorente come e forse più di Venezia
(lo si vede dalla cattedrale di San Lorenzo, costruita in un romanico dolce e ondulato come solo in oriente sa essere il romanico e poi arricchita da cappelle e ornamenti quattrocenteschi di una bellezza mozzafiato)
- e anche nel rinascimento non fu da meno, avendo accumulato parecchio credito nel mondo, e molti la paragonavano proprio alla Serenissima per fascino e bellezza
- Parli come un libro stampato
- Grazie
- Umpf, non era un complimento
- Sembrava

Un’altra controindicazione nel tenersi Trogir per la fine del viaggio: iniziamo ad essere avvinti da una specie di piccola, discreta malinconia perché, al nostro ritorno, qualcosa dell’affiatamento guadagnato nel corso del viaggio andrà perduto. Come sempre accade, ahimé.
- Allora, sapientone, quella cos’è?
- Facile: la Loggia pubblica. Pensa, è del 1310… no, del 1308…
Quello che si nota, che si respira, è un’atmosfera di grande civiltà. Doveva essere un centro civilissimo già nel medioevo, questo, caratterizzato da traffici di merci, genti e religioni. Lo si deduce dal fatto che spazi così piccoli sembrano invece tanto grandi, come se le pareti e le strade respirassero con tranquillità, senza affanno, senza paura e senza diffidenza. Esistono luoghi così: passeggiandovi attraverso, si percepisce l’armonia.
E ci si ferma, incantati, con la sensazione che qualcosa ci accadrà.
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Se c’è un’isola della Croazia più famosa delle altre, è Hvar. La conoscevo persino io che, devo ammetterlo, non sono mai stata un’appassionata delle grandi mete turistiche estive. Hvar è famosa perché ha una tradizione molto lunga di isola turistica; perché i ragazzi giovani ci si divertono come matti; perché è bella; perché è l’isola con più di giornate di sole all’anno. Grazie ad un’amica, non ero prevenuta.
La mia amica Anna è stata a Hvar anni fa e mi ha ripetuto tante volte che sarei dovuta andarci:
- tu credi si tratti soprattutto di discoteche e afterhours e musica house , ma non è così. E’ davvero uno splendore, i villaggi sono bellissimi, e anche Hvar città. Poi, se vuoi divertirti, puoi, altrimenti passi tutto il giorno in giro e in acqua e ti rilassi
Così, la cara e simpatica Anna mi ha messo la pulce nell’orecchio. E finalmente sono qui, con Mirko, che è talmente curioso di tutto da non farsi questo genere di problemi. Lo invidio: ad essere curiosi in questo modo, di tutto, non si rimane mai delusi!
In effetti, andando a zonzo attorno ai centri dell’isola, la lavanda invade le narici e gli ulivi riflettono quel po’ di sole che, oggi, esce dalle nubi. Le strade sono torte come i fusti degli ulivi e le siepi fitte e secche, profumate. Non siamo certo nel pieno della stagione estiva, così possiamo goderci i panorami senza preoccuparci del traffico o delle spiagge affollate o dei ragazzi scatenati.
Ci aggiriamo un po’ nella campagna profumata prima di tornare sui nostri passi e girovagare nel centro di Hvar città: volevamo godere della mattinata all’aria aperta; il sole, nonostante le nuvole che corrono veloci, è ancora caldo benché sia ottobre. La corsa delle nubi muta i colori del paesaggio con una rapidità sorprendente: sembra la pellicola di un film.
Quando arriviamo a Hvar città ci rendiamo conto di trovarci nel mezzo dell’ennesimo gioiellino architettonico in puro stile veneziano: dentro le mura medievali, si succedono palazzi del Tre, Quattro e Cinquecento che riflettono la luce del sole (quando c’è) e denunciano non solo una storia antica, ma anche una certà vanità.
La prima cosa che ci colpisce sono proprio le mura, circondate dal verde e pallide, che sembrano parte della natura circostante ormai. E’ comunque particolare vedere queste città che si proteggono dal mare: ti vengono in mente improvvise le flotte di una volta, i film con galeoni e navi da guerra, i cannoni, i pirati, i turchi, i veneziani… è spiazzante, perché oggi uno non pensa si debbano costruire mura lungo una costa.

All’interno c’è una bella aria rilassata da fine estate, anche se non mancano i turisti. Mirko riesce finalmente a trovare un’edicola con quotidiani italiani, che ad ottobre risultano meno diffusi rispetto al periodo estivo.
- Ma se ho internet e ci vado tutti i giorni? – lo rimprovero
- Mi prenderai per un bacucco – risponde – ma a me piace sedermi e sfogliare le pagine del giornale, non farle scorrere col mouse.
E difatti si siede al tavolo di un bar, ordina un caffè e inizia a sfogliare il suo quotidiano. Faccio spallucce e continuo a passeggiare, non ho voglia di sedermi.

La piazza è severa, nonostante si affaccino negozi adatti ai turisti, è lunga e piacevole da attraversare. Mirko continua a leggere, non abbiamo certo bisogno di dirci dove andiamo, ci conosciamo da troppo tempo per formalizzarci. E poi, si viaggia insieme anche per raggiungere questa indipendenza.
Così, mi infilo nei vicoli dopo aver ammirato (è il termine esatto) la cattedrale (Santo Stefano), che ricorda un po’ quella di Sebenico, anche se non ha la sua imponenza e, soprattutto, la sua limpida scultura. Ma ha un campanile diafano e stupendo. C’è davvero tanto di Venezia qui, anche se è una Venezia ridimensionata, trasformata dal territorio locale, plasmata sulle esigenze indigene. Ricca di sole, di vento, di frutti della terra e del mare, lontana dall’idea di sviluppo metropolitano della Serenissima. Per questo, i monumenti grandiosi fanno uno strano effetto: piccoli paesini di pescatori e commercianti con cattedrali e palazzi degni di una capitale…: in Trg. V. Stjepana ci sono una magnifica loggia rinascimentale, l’arsenale del Sanmicheli, la cattedrale; poco lontano si arriva a un centro medievale curatissimo e mooolto veneziano. Tutt’intorno è pieno di fortezze.
Gli altri centri ce lo confermeranno: Jelsa e Stari Grad e Verbosa sono centri proporzionati all’isola, con sproporzionate emergenze monumentali: ad esempio, in un posticino come Verbosa, che è in tutto e per tutto un villaggio di pescatori, ecco che scappa fuori un polittico del Veronese! Jelsa, invece, che pure è carina, pende tutta verso le spiagge, che sono il ritrovo preferito dai giovani d’estate. Voglio dire, qui l’estate si fa davvero festa a quanto so:
Mentre ci facciamo tutti i paeselli dell’isola, Mirko mi legge i passaggi della guida che li riguardano, un po’ mesto: come detto, lui non ama le guide, o le studia un po’ prima e poi esce senza portarsele dietro. E’ come si vergognasse di sembrare un turista, in giro. D’altronde, a pensarci bene, conosco un centinaio di uomini che, chissà perché, pur di non chiedere indicazioni rivelando di essersi persi preferirebbero sbattere la testa contro un muro 10 volte… sono strani, gli uomini
Lo ho costretto a leggere, perché per quanto sia carino qui si vede subito che la storia dell’isola è antica e i monumenti sono tanti, dalle mura alle chiese agli edifici immersi nelle pinete. Quindi, per girare Hvar come si deve, senza perdersi nulla, la guida è necessaria.
Anche quando ci fermiamo lungo la costa: per trovare una spiaggia di sabbia è meglio ricorrere alla guida, mentre le altre, la maggior parte di quelle che vediamo, sono di roccia. Le preferisco. E anche Mirko.
- Potremmo fare un bagno
- Ma sei scemo? E’ ottobre.
Siamo in bilico su una roccia tagliente che scende sino in mare, attraverso una minuscola baia circondata da pini marittimi.
- Vorrsti tornare e dire che sei stata a Hvar e non hai fatto il bagno? Sarebbe come dire “sono stata in Finlandia e non ho fatto la sauna”
- Ma io SONO stata in Finlandia e non ho fatto la sauna…
- Sei un caso disperato – conclude, e si tuffa dopo essersi spogliato.
Uff … mi beccherò un bel raffreddore…
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La nostra gita della domenica è stata tra Spalato e Hvar. Abbiamo passato il sabato a Spalato, che come prevedevo è una città impressionante. Il bel tempo della domenica ci ha convinti ad un’escursione verso le isole.
Spalato è esattamente quello che mi aspettavo: il Palazzo dell’imperatore diocleziano è di fatto divenuto una città, le sue pareti sono perimetri di piazze e edifici barocchi gli sono cresciuti dentro, così ora poi appoggiarti ad una colonna romana mentre osservi un finestrone del Seicento… Poi, Spalato è naturalmente cresciuta anche all’esterno del Palazzo, ma dentro le sue mura vivono ben 3000 persona, così dicono le guide, per non parlare dei turisti.

I turisti sono molti, e quindi anche i negozi fatti su misura per loro con modellini del palazzo e souvenir di ogni genere, i bar e i ristoranti a prezzo fisso. La città è piuttosto caotica: un caos piacevole, frizzante, non troppo diverso dal caos che notai durante il mio viaggio in medioriente, l’anno scorso. Un caos dato da un’economia di scambio, e dalle diverse etnie abituate a vivere in una città, dalle diverse religioni.

Mirko come al solito ha voluto passeggiare senza meta per buona parte della giornata, e questa volta è stata la scelta giusta: dapprima ci siamo aggirati all’interno del palazzo, seguendo una piantina immaginaria che ci ha portato in atrii divenuti piazze, stanze divenute luoghi di incontro, templi divenuti chiese. Le pareti del palazzo sono consumate e grigie, sporche, vissute. Le colonne e i timpani fanno parte della vita quotidiana: non troppo diverso da ciò che accade in alcune zone di Roma. Ci fermiamo a mangiare una sotrta di kebab rivisitato seduti su scale del III secolo dopo Cristo.
La seconda parte della giornata l’abbiamo passato fuori dalle mura, sui sentieri del Monte Marjan. E’ un monte che sembra cadere addosso a Split ed è verdissimo, un polmone incredibile per la città. Avevamo già deciso, per domenica, di visitare le isole, così il monte bisognava farlo il sabato. Essendo Sabato, il monte, attorno cui girano lunghe e rilassanti passeggiate, è preso d’assalto anche da alcuni arrampicatori che, a mani, nude, affrontano la sua roccia, particolarmente favorevole a questo sport, almeno così mi dice un ragazzo cui chiediamo informazioni. Lungo la strada, oltre ad un cimitero ebraico, abbiamo incrociato diverse cappelle religiose. Ogni tanto si aprono begli squarci di vedute sul mare, e via via che si cammina ci si dimentica di essere praticamente ancora in città.

Mirko ha voluto girare per tutto il cimitero ebraico. Ha una passione per i cimiteri ebraici: quando andammo a Praga insieme, dove ce n’è uno particolarmente famoso, ci passammo praticamente un giorno intero. In realtà ha una passione per la cultura ebraica, che non so da dove provenga ma è piuttosto comprensibile, se si considera quanto sia complessa quella cultura. Si china, osserva le lapidi, mi spiega la curiosa maniera ebraica di sotterrare i defunti: una cosetta allegra insomma…

Alla fine riesco a staccarlo dai suoi morti e continuiamo a salire sino al teledrin, la punta del monte. Respiro: non c’è aria di città, qui. Ma Spalato l’antica è proprio lì sotto, l’imperatore Diocleziano senza dubbio non era uno stupido, se ha scelto questo posto per passarci gli anni della pensione
(continua tra poco con le isole)
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Da Sebenico abbiamo continuato a scendere e Mirko ha suggerito una tappa a Primosten. Forse, però, non è proprio stagione: questa ex-isola è molto elegante ma si protende tutta verso il mare. La gente viene qui soprattutto per fare sport, per le immersioni all’isola di Zarin che permette di vedere i banchi di corallo, e per le passeggiate al sole. E’ un posticino delizioso, ma credo sia ideale per la stagione calda, quando davvero stare qui può sollevare e rilassare. Certo, arrivando il colpo d’occhio è impressionante: il piccolo centro si sporge sul mare e sembra ancora un’isola trattenuta a stento dal continente. Tetti colorati, campanili, un centro delizioso.

Facciamo comunque una sosta in un piccolo locale che espone una lavagna con i prezzi del giorno. Dopo averci identificati come italiani (ma si vede così tanto?), l’oste-cameriere ci propone una sfida tra vini e inizia a tessere gli elogi di quello locale, il Babic e a sparare a zero su “Kianti, Barol, Moscat”.
Naturalmente, Mirko ha sentito parlare del Babic. Mirko è una specie di spugna che si aggira per il mondo raccogliendo ogni genere di informazione, ed è difficile trovare qualcosa di cui non abbia sentito parlare.
- E’ quello che ha la foto delle viti esposta alle Nazioni unite, vero? – chiede.
- Quello quello – fa il croato malcelando un accento disastroso, ma d’altronde è già un merito che sappia un poco di italiano.
Ho capito che ci toccherà assaggiare questo Babic e mi preparo chiedendo qualcosa da mangiare. Mi portano del prosciutto dalmata con un bel pane dorato. E due bicchieri di questo famigerato Babic. Il cameriere-oste, prima di farcelo assaggiare, stacca una fotografia dalla parete del suo bar e viene fuori, dove siamo seduti, per mostrarci le vigne dei dintorni.

le vigne
In effetti, si capisce perché siano all’ONU: se le vedesse doctor Timo, che parla delle aspre terre marchigiane e della fatica del vino che ne esce…
Il vino è buono (non sono un’intenditrice, non saprei come descriverlo a dovere) e si accompagna bene al prosciutto: un bel sole è venuto a salutare la nostra merenda improvvisata. Con Mirko spieghiamo la cartina della Croazia sopra il tavolo, per capire le nostre prossime mosse. A Mirko piace da matti fare la parte dello scout
Attorno a noi c’è un certo viavai di turisti, nonostante la stagione. Il paese però sembra piuttosto riposato, come smaltisca le fatiche estive. Il nostro amico torna a riempirci i calici, faccio cenno con la mano che per me è abbastanza ma, naturalmente, non mi ascolta. Diamo un’occhiata alla strada da fare: non è molta, il Paese è un concentrato di cose da vedere e tra una meta e l’altra la strada è breve. Ora, però, è il momento di poggiare la schiena alla sedia e lasciare il capo andare indietro, sirarsi un po’ e godere di questo clima che non vuole autunnarsi.
Edy
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Pag è un’isola molto lunga e l’abbiamo percorsa cullati dal vento sino ad arrivare a Novalja, il centro più turistico, a nord. Dopo un giro per la spiaggia famosa per le feste (vedi il video del mio ultimo post) in cui impazza ogni minuto la musica house e commerciale, siamo tornati indietro zigzagando tra pecore, muriccioli e sostando alla città di Pag, che meritava.E’ una cittadina quattrocentesca con spiagge di ghiaia che si affacciano su una baia piccola, la stessa del porticciolo. I vicoli del centro, lastricati, si aprono su chiese rinascimentali o proseguono silenziosi sino a sbucare in mare.

santa maria a Pag
Infine abbiamo riattraversato il ponte ed eravamo di nuovo a Zadar, in tempo per una escursione pomeridiana.
- Andiamo a Sebenico - ha detto Mirko - a vedere la cattedrale, una gita veloce: dicono ci sia solo quella da vedere.
Ed eccoci qui. Devo fare un paio di precisazioni: anzitutto, anche se ci fosse solo questa da vedere, sarebbe sufficiente. Sappiamo tutti che esistono luoghi, architetture dell’uomo, che da soli meritano un viaggio. Ad esempio, se la Sagrada Familia di Gaudì anziché a Barcellona fosse a Cinisello Balsamo, non meriterebbe ugualmente una vacanza?

esempio stupido, ok
- Ma che stai dicendo? La Sagrada Familia non potrebbe mai essere a Cinisello
- Lo so, stupido, era per fare un esempio
- Ma che esempio è? Il Colosseo mica può stare a Parigi!
- Lo so, era per… ah, lascia stare, maledetto polemico
Ridiamo. A Mirko piace sbirciare da dietro le mie spalle quel che scrivo, e a me piace che lo faccia.
Dicevo che questa cattedrale da sola merita una visita. ma volevo anche dire che non è affatto vero che Sibenik sia tutta qui: a me è sembrata subito una città di grande fascino, così radente il mare.

dall'alto
Le strade sembrano disegnate per lasciar filtrare il vento senza traumi e la cattedrale ha una posizione così particolare… ci si arriva da una fila di palazzi luminosi e proprio a un passo sta il mare blu. E’ estremamente suggestiva.
Dovrei dire, ora, perché questa chiesa merita una visita.
E’ la più grande chiesa al mondo interamente costruita in pietra: senza legno o mattoni a sostegno. Una di quelle curiosità che fa impazzire Mirko, il quale ha sempre avuto la passione per le torri più alte, le piazze più larghe, i buchi più profondi, gli alberi più vecchi. Ci sono uomini così, ma non ho mai conosciuta donne tanto attratte dai primati: dà da pensare
E’ patrimonio dell’Unesco dal 2000.

testa
L’architetto è Giorgio Orsini, un dalmata che ha girato molto anche in Italia, a Venezia, Ancona e altri centri dell’adriatico, e ha lasciato sculture e facciate di palazzi che, per dirla con la guida, “testimoniano il cruciale passaggio dal gotico al rinascimento“. A parte la luce che riflette sulla pietra e il rumore del mare qui di fianco, quello che mi colpisce è il rapporto tra la scultura e l’architettura, che sono unite indissolubilmente, come plasmate da una sola mano. Impressionante è la fila di 71 teste scolpite all’esterno della chiesa: sono di un realismo sorprendente…

teste
- bella eh? – mi fa una signora in piedi accanto a me in inglese. E’ un’insegnante di Brighton, è qui per studiare il Rinascimento della Dalmazia. Ci spiega che questa è stata una terre artisticamente più attive e fertili nel Rinascimento, ma purtroppo, fatta eccezione per i capolavori, è ancora molto da studiare.
- Ha avuto una storia difficile – intervengo, per giustificare l’assenza della Croazia dai libri di storia dell’arte.
- Molto difficile. Ma come vede, è una terra forte, e testarda.
La invitiamo a prendere un caffè.
Edy
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Dopo Zadar e dopo una memorabile cena a base di pesce grigliato consumata sul lungomare, è stata la volta di Pag. Mirko voleva andarci assolutamente, sembrava un bambino: voleva assaggiare il formaggio e soprattutto vedere le pecore dell’isola che sono famose per il loro mimetismo…pecore mimetiche, addirittura

Non so se questa sia l’isola più particolare dell’adriatico, penso di no. Ad esempio, so che qui vicino ce n’è una a forma di Cuore; poi, c’è quella di Brac, che produce la famosa pietra utilizzata anche per la Casa Bianca; poi, ci sono tutte le Kornati… Però, questa è comunque un’isola strana.
E’ strana perché battuta dalla bora e mentre ti avvicini da Miletici, dove inizia il ponte per l’isola, ti sembra di arrivare sulla luna: l’isola ha un dorso secco, asciutto, d’un indefinito colore arrosto.
Procediamo verso il centro di Novalja, incrociando diversi muretti in pietra che da noi confonderemmo per confini tra un territorio e l’altro, e invece sono frangivento, servono a spezzare la bora, a non farle divorare l’isola. Ci accompagna un ragazzo sui vent’anni che abbiamo scelto come guida: mentre andiamo riassume un po’ le vicende dell’isola e ci ricorda come il turismo degli ultimi anni abbia rivoluzionato le abitudini dei residenti.

- Non di tutti, però. Qui tanta gente ancora tratta il sale, pesca e porta pecore a spasso come una volta. E’ un’isola un po’… schizofrenica… – ci fa, e ride.
Non ha tutti i torti: sui siti internet di Novalja impazzano i video delle feste in spiaggia, con splendide ragazze in bikini succinti che danzano musica house o si lanciano gavettoni in riva al mare
d’altro canto, tutt’attorno si vedono paesaggi marziani con pecore dal vello lanuginoso e alberi ritorti dal vento, e viti abbarbicate al terreno che pare un’escrescenza ruvida del mare.

Il vento non è ancora forte come accadrà d’inverno, ma si capisce la sua capacità di modellare terreno, animali e persone, dando vita a un paesaggio unico. Io adoro il vento, naturalmente, e mi lascio scompigliare.
Edy
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Come mi sembra abbiano fatto i miei soci di blog, ho seguito il consiglio di Paolo e ho spento il computer per due giorni interi. Nessun collegamento, nessun post, nessun aggiornamento. E’ stata un’esperienza mistica. Qualcuno, su Facebook, mi ha chiesto che fine avessi fatto, come sarebbe potuto accadere qualche decina di anni fa in un paese di provincia: il fornaio non vede il cliente abituale e quando finalmente quello arriva, gli fa
- Ma che fine hai fatto?
Mi piace Facebook, e mi piace molto anobii, che è del tutto diverso. Ma certo è una sensazione strana quella di sentirsi chiedere “che fine hai fatto?” se per due giorni sei rimasta lontana dalla rete. Non so, qualche volta mi sembra che la forza di questi social network non risponda ad altro che al nostro desiderio di non sentirci abbandonati: forse non vogliamo stare necessariamente in compagnia, ma di certo non vogliamo sentirci dimenticati. Come diceva Joe Jackson? I can’t Live with you, but I can’t Stay without you…. beh, il web è una buona soluzione
A parte questi discorsi, naturalmente siamo tutti rimasti spiazzati. Ammetto che ci siamo sentiti, almeno io e Kyria: è simpatica quella ragazza, a volte sembra così insicura e altre volte sembra in grado di riempire un’arca di animali obbedienti sotto il diluvio.
- Tu che fai, scrivi o no? – mi ha chiesto
- Io no, per fortuna. Volevo proprio disintossicarmi qualche tempo dal computer. Non sono abituata a portarmi appresso la tecnologia.
- Ah… va bene – è rimasta un po’ in silenzio – allora non scrivo nemmeno io – ha detto poi, come una sorella minore alla maggiore. Mi ha fatto tenerezza.
- Come va? – le ho chiesto.
- Alla grande – è ripartita – vedrai che interviste che ti faccio, e poi ho in mente un po’ di post… però – ha detto poi, un po’ seria – è strano fare tutto questo giro sola. Tu almeno, hai un amico
- Ma tu sei vicina a casa – ho risposto. Poco convinta.
Ci siamo lasciate promettendoci di risentirci, o di scriverci sul blog. O su facebook (lei usa anche twitter, io no, mi spaventa quel tritapensieri).
Comunque, siamo arrivati a Zadar senza l’obbligo di scrivere, così dopo aver preso posto in un albergo moderno e un po’ freddo, ma super attrezzato, ho lasciato il computer nell’armadio.
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Questa mattina mi sono svegliata con la canzone qui sopra in testa e ho ottenuto da Mirko il permesso di ascoltarla.
Da Rovinj, che ha un’atmosfera difficile da lasciare, ci spostiamo verso sud: la meta del prossimo spostamento è Zadar, ovvero una città industriale, con un grande cantiere, dove attraccano decine di traghetti al giorno.
Ma, dicono, anche una città ricca di fascino.
A Pula abbiamo mangiato nel miglior ristorante di Croazia, almeno secondo le guide, scoprendo che la cucina, qui può essere molto fantasiosa: sinceramente, mi aspettavo grigliate di pesce sulla spiaggia e pseudo-gulasch all’interno, ma sono stata smentita.

gazebo del ristorante
Ci allontaniamo a malincuore dalla penisola in cui ci eravamo rifugiati , come entrassimo in continente, e un poco è vero. Ma ci aspetta forse la parte più affascinante del viaggio, anche se meno “veneziana“.
Siamo per strada da un po’: attraversiamo piccole e grandi località, tutte abbastanza turistiche. Le piccole case in pietra si alternano a alberghi di dimensioni considerevoli, però bisogna dire una cosa: qui gli alberghi li sanno nascondere. Certo, le terre sono meno coltivate e c’è una vegetazione particolarmente ricca e libera di crescere, ma ci si applicano. Sono mastodontici, a volte, eppure se ne vedono solo piccoli riquadri tra le foglie, come fossero templi incaici.

Di sicuro ci sono eccezioni, ma la maggior parte di quelli che abbiamo incontrato sinora sono così. Per quel che ci riguarda, a Rovinj non eravamo in un grande albergo, ma in una piccola pensione molto più adatta alla città come si mostra in settembre… molto più in stile piccola Venezia
Lungo la strada ci assicuriamo di aver preso la svolta giusta chiedendo a un signore sui 60 che vende formaggi da uno stand improvvisato.
- Zadar Zadar – gli fa Mirko e quello annuisce con la testa e ci mostra la via con il braccio. Cerca poi di venderci una forma di formaggio, che dice venire dall’isola di Pag. Pag è una delle nostre mete, e sinceramente non vedo l’ora di arrivarci: solo le foto mi hanno incuriosito.

Ci lasciamo il venditore di formaggi alle spalle ed entriamo in strade più trafficate: penso, a volte, alla guerra che si è svolta in queste terre e a quanto da allora, da pochi anni, le cose siano cambiate. Le risorse dell’essere umano sono tante, quasi quante le sue stupidaggini.
Mirko si stufa di Capossela.
- Questa è molto più On The Road – mi fa
Io chiudo il computer e lascio andare lo sguardo al di là del finestrino, dove all’orizzonte il mare appare e scompare dietro cime addormentate.
A tra poco
Edy
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