Alla scoperta degli angoli nascosti delle Marche
Quando su questo sito descriviamo qualcosa, usiamo soprattutto le parole. Certe volte parliamo di una passeggiata al porto, altre volte di una scampagnata. Di rado, ma accade, facciamo escursioni con la macchina fotografica. E’ una questione di predisposizione.
Ma i luoghi che bazzichiamo e che cerchiamo di riportare all’attenzione dei lettori possono essere visti in tanti modi. Anche chiudendo gli occhi, e fermandosi ad ascoltare i rumori dai quali spesso ci difendiamo, ma qualche volta potremmo avvicinare come si fa con gli animali un po’ paurosi, o repellenti, ma in fondo buoni e bisognosi. Al riguardo, sentite qui.
A sua volta l’occhio, lo hanno insegnato in molti parlando di fotografia, non vede mai quello che è veramente e in particolare la fotografia resta un gran mistero, perché essa è un’orma, è qualcosa che nel momento in cui la vedi è già passata. Ma è anche un intervento di chi fotografa sulla realtà.
L’amico Danilo Manzotti è andato tra i luoghi dei quali anche noi parliamo e ci ha fotografato sopra in un certo senso se stesso. Ha trasformato quei luoghi con il solo atto di vederli e ora li ripropone in una mostra. Parlare della sua esposizione di fotografie ci permette anche di parlare di una sede espositiva, le stanze dalle volte a mattoni di Palazzo Camerata in via Fanti, ad Ancona, che troppo spesso non si conosce. Lì c’è quasi sempre una mostra, tenetevi informati.
Delle fotografie di Danilo parla il critico Marco Tarsetti e solleva una questione interessante sottolineando il fatto che Danilo utilizza le tecniche di ritocco fotografico per sporcare, in qualche modo rovinare, l’immagine fotografica. Il contrario di quel che normalmente accade. Renderla meno certa, meno affidabile, più misteriosa. Insomma, restituirle la parola, permetterle di dialogare con noi, che certi ed affidabili non siamo.
L’inaugurazione della mostra, a Palazzo Camerata, è il 17 dicembre alle 17. La mostra dura dal 17 al 28 dicembre.
Diamoci un’occhiata, così come a questa pagina, che ricorda tutti gli eventi che accadono in città.
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Le ragioni per andare a Jesi sono tante, di giorno e di sera. In effetti più di giorno… ma vale la pena seguire qualche jesino scafato per scoprire veri tesori nascosti. Ad esempio, siamo arrivati a Jesi verso le sei del pomeriggio, per una cena con amici, e a piedi dal parcheggio della stazione (3 minuti) siamo arrivati al Bar Trieste. Che cosa sia il Bar Trieste è scritto in maniera esemplare qui, in un articolo perfetto e calibrato, dal quale abbiamo anche scippato la foto sottostante, essendo noi sprovvisti di macchina fotografica, accidenti
.
Posso aggiungere, essendo cresciuto in Vallesina, che la raccolta di oggetti della cultura contadina affastellati uno sull’altro è più di un museo amatoriale e testimonia un legame a doppio filo tra la gente di qui e i campi che accerchiano le mura di Jesi. Godersi un calice di vino nella stanza semibuia tra falcetti, vecchie biciclette, attrezzi per tirare la pasta, forconi e punteruoli ti trasporta in una specie di tempo mitico e per un attimo, solo un attimo, senti quasi di averli impugnati, tutti quegli attrezzi, in un passato vago, un’altra vita. Così è il lavoro della terra, che ci appartiene a tutti.
Dal Bar Trieste si esce un po’ confusi, è comprensibile. Facendosela a piedi, si riprende contatto con la realtà, anche se sempre un po’ falsata dai viottoli storici e dalle mura cittadine: si sale si sale sino ad entrare nel centro storico ed affacciarsi in piazza del teatro. Qui tutt’altro aperitivo di giovani in cappotto. Abbiamo dato un’occhiata rapida al teatro deviando poi a sinistra e entrando immediatamente alla Trattoria della Fortuna, dove ci aspettavano per cena.
Anche in questo caso, qualcuno ha scritto di questa trattoria qui e condividiamo l’opinione. Il ristorante casereccio, gestito da una famiglia che ogni tanto sforna qualche cuginetto da iniziare al mestiere di cameriere, si affaccia su una delle piccole piazze più intriganti di Jesi, piazza delle Monachette, che ci fa fare un altro salto nel passato fronteggiando un Albergo Diurno la cui facciata sembra uscita da un film di Pupi Avati.
Ci siamo gustati due ottimi primi fatti in casa – gnocchi, eccellenti, e tagliatelle al classico ragù – e una abbondante crescia con affettati e verdure, che consiglio di non perdere. Il servizio inesperto faceva quasi tenerezza ed era affiancato da un sorriso sincero e contadino da parte del proprietario al momento del conto più che abbordabile.
Ecco, magari prendere un amaro in più, che a Jesi dopo una certa ora non è ci sia tutta questa vita… anche se la cittadina sta mostrando segni di crescita da questo punto di vista. E poi una passeggiata come la nostra, con calma, molta calma, sapendo che attorno è campi, lavoro, e che la città ha le fondamenta su tutta questa fatica, bisogna rispettare il suo riposo.
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Ogni paese e città, regione e nazione – ogni pianeta probabilmente – ha luoghi segreti. Sono luoghi della natura, ad esempio i crateri dei vulcani all’interno dei quali si sviluppano ecosistemi che nemmeno immaginiamo e pascolano animali sconosciuti, o luoghi dell’uomo, strade abbandonate, parchi circondati dal cemento, antichi archi di chiostri abbandonati.
Sono i luoghi che facevano impazzire Hugo Pratt, avventuriero non solo su carta capace di mandare il suo Corto Maltese negli angoli meno conosciuti del Mare Salato, o, peggio, di Venezia.
Qua e là, sulla rete, si trovano questi angoli più o meno conosciuti. A proposito di Ancona, il capoluogo delle Marche, se ne scrive qui, immortalando un vero angolo di paradiso incastonato nel centro della città dorica.
Stiamo cercando i luoghi segreti delle città, delle campagne, del mare nelle Marche. Instancabili giriamo lungo strade e sentieri, sperando lo facciano anche i nostri lettori che potrebbero aver voglia di parlare dei loro luoghi segreti. Nel qual caso, è sufficiente mandarci una mail a info@viaggiareterraemare.it.
Luoghi da condividere, ma non luoghi 2.0.
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Ci sono ancora nella campagna delle Marche posti come questo. Si trovano per lo più sul retro di vecchie case coloniche abbandonate, con le porte scalcinate, le stalle vuote, i catenacci arrugginiti. Qualche contadino utilizza quelle zone a modo di rimessa. C’è di tutto.
Pneumatici di trattori rovesciati, carretti di legno popolati da insetti, plastiche spesse due dita accartocciate. Botti di rovere consumate dalla pioggia, cesti, cestini, secchi, secchielli, forconi pale vanghe rastrelli e vecchie pinze. Attrezzi di ogni foggia. C’è la rimessa in muratura per un grosso maiale soprannominato Johnny, ha gli occhi azzurri coperti dalle orecchie. Ci sono, anche, gattini che saltellano felici tra una maceria, una radice ei mattoni della casa abbandonata.
E ci sono questi bancali in legno con sopra tanto tanto fieno. La gente qui le chiama Le Barche, come se questa campagna, ancora, fosse un mare.
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Il mare d’agosto nelle Marche è quello di sabbia palme e passeggiate del sud della regione, quello disteso e ridanciano del confine con l’Emilia e, in mezzo, quello puntuto e scorbutico della riviera del Conero. Gli operatori ravvivano spiagge, hanno dipinto casotti, spazzato via i rami portati dal mare (tutto lui, porta e si riprende, qui, il mare), organizzato navette, bus, parcheggi. Il mare d’agosto è un lavoro di mesi. E’ come programmare ogni anno un immenso matrimonio.
Poi c’è chi si porta dietro il lavoro, i notebooks, l’iphone. Oppure un semplice libro. I più avanzati un ebook. Sui lettini, sulle sdraio, di tra i sassi o con la sabbia che entra fra le dita dei piedi e poi in camera e in bagno si fa sempre un gran casino, non capisci mai come ci sia finita tutta quella sabbia nelle tasche dei calzoni.
D’agosto il mare è anche qui bambini, famiglie, borse frigo, o ombrelloni a pagamento, cabine deluxe, la pizza molle che se la mangiassi altrove ti farebbe schifo ma qui, con il sale sulle labbra…
Ad agosto le colline delle Marche si piegano tutte per assaggiare il mare, come Barbapapà che allunghino la testa sino a bere. Ci si bagna un po’ tutti, contenti. Poi si cena con un frittino dell’adriatico, due moscioli, che sono le cozze della riviera del Conero ma guai a chiamarle cozze e basta, queste sono selvatiche, veraci, ci cresce il mare dentro.
Il mare d’agosto andrà avanti per un po’, fino a settembre, come un amico che non voglia andarsene di casa, come uno dei parenti che incontri in questo mese soleggiato e poi è un peccato se ne vada già, resta ancora dai, qualche giorno, ci si rilassa assieme.Se si è fortunati, il mare delle Marche lo si gode proprio in questo breve tempo di settembre.
Poi gli operatori sistemeranno, smonteranno, staccheranno tubi, disdiranno contratti, spazzeranno moli, rovesceranno tavoli l’uno sull’altro. Chiuderanno porte con le assi, barche a pancia in giù, strada libera alle onde.
Il mare è un gran teatro, quando il sipario è chiuso decine di persone dentro sono al lavoro. Poi, si apre. E di nuovo, di nuovo, di nuovo.Non smette mai d’essere nuovo.
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