Scopri le Marche

Alla scoperta degli angoli nascosti delle Marche

Una visita al Museo

In un giorno feriale d’inverno avventurarsi per il centro di Loreto è nel contempo strano e affascinante. I piccoli negozi che si allineano in direzione della Basilica, nel freddo e nel buio della sera, con pochi passanti tutti o quasi del paese, stanno aperti per abitudine e voglia di socializzare dei proprietari, qui siamo tutti conoscenti e amici, andiamo ad aprire e facciamoci due chiacchiere, va là. Nel mercato di santini, fotografie delle adunate, oggetti sacri e gadget da turisti, c’è questo piglio di campagna, da bottega di una volta, che se non facesse così freddo si starebbe fuori sulla sedia di paglia a bisticciare.

Loreto è una bella cittadina con belle strade, palazzi egregi, una attivissima biblioteca frequentata da adulti e bimbi italiani e stranieri, e tanti giorni all’anno senza il traffico dei grandi eventi religiosi, delle date importanti e delle ricorrenze.

In un giorno di questi è possibile venire qui, farsi a piedi la strada delle botteghe il tempo necessario per gustarsi le più originali e deliziose, arrivare alla piazza della Basilica e fare: AH!

Dopo aver detto AH! e aver visitato la Basilica –  i capolavori di Melozzo da Forlì e Luca Signorelli meritano un’attenzione speciale – si sale al secondo piano del Palazzo Apostolico per visitare il Museo Antico Tesoro della Santa Casa.

Può capitare (a me è capitato) di sbattere contro la porta a vetri che non si apre: la ragazza addetta ai biglietti si era assentata pochi minuti, e aveva (fortunatamente) bloccato la porta prima di farlo. Niente di grave, soprattutto perché al suo ritorno si è profusa in scuse con il solo sguardo imbarazzato.

Dopo il pagamento di un biglietto onesto (4 euro) in un giorno feriale e invernale può capitare (a me è capitato) di aggirarsi da soli per le stanze del Museo. La serie di dipinti è notevole e nella prima parte della visita, quella ospitata dalle sale non rinnovate, si apprezza anche la scarsa illuminazione. A volte è bene, infatti, ammirare le tele, specialmente gli olii, intiepidite dalle luci e non sconvolte dai faretti sparati come in certe mostre che dimenticano l’autonoma luminosità della pittura. Dipinti del Crespi, del Conca, del Tibaldi, Zuccari, Guido Reni, Filippo Bellini escono bene tra un arredo sacro e un paramento, nell’ombra delle stanze silenziose. Spiccano i possenti affreschi del Pomarancio staccati dalla cupola della Basilica,  ma sarebbe bugiardo non dire che, al termine di questa sequela di sale, l’ultima è quella che colpisce maggiormente. Si tratta della camera da letto destinata ai Pontefici in visita a Loreto e vi si respira, tra doni di diplomatici stranieri e arredi scarni ma potenti, un alito di vita personale di chi segnò la storia, come Papa Giovanni XXIII.

Per arrivare al piano superiore si percorrono scale e stanze con opere contemporanee non di particolare interesse, come si tirasse il fiato. Giunti in alto, nella sezione più importante del museo, in un’architettura avveniristica che un poco stride con quanto si è visto sinora, tra ferro e travi di legno, si trovano le opere di Lorenzo Lotto per Loreto e altri dipinti di ottima fattura.

Il maestro veneziano è stato per secoli relegato in un cantuccio della storia dell’arte perché difficile da catalogare, da inserire nella griglia un po’ facilona che divideva tutto tra fiorentini, veneti e romani, all’ombra dei maestri di classe superiore (i Michelangelo, Raffaello, Tiziano…). Finalmente, e grazie al genio critico di Roberto Longhi (che scrisse nel 1946: “artisti come il Lotto, il Caravaggio, il Rembrandt finiscono come dei vinti, quasi al bando della società in cui si trovano ad essere ospiti indesiderati, perché in contrattempo, perché più moderni di essa”), oggi Lotto è considerato come merita. Questo però, diciamolo, non significa che qui si trovino dei veri capolavori: si tratta più di opere realizzate in tarda età dal pittore, da sempre protagonista di una dibattuta vita religiosa, bellissimi dipinti che però non spiccano nella sua lunga produzione. Tutti, tranne la Presentazione al tempio, davanti al quale durante la visita è un obbligo soffermarsi con maggiore attenzione e godere del disegno complessivo, della trama narrativa, della mano.

In questa ala del Museo è ospitata anche una bella collezione di arte contemporanea: per gli amanti della scultura si sottolinea l’opera di Valeriano Trubbiani, scultore marchigiano tra i più importanti del Novecento italiano, mentre per chi ama le virtù del disegno da non perdere i bozzetti di Cesare Maccari per la cupola dell Basilica.

All’uscita la piazza semi-vuota è quasi surreale e dalle camminate del piano nobile si ammira la parte alta di una delle Basiliche più importanti al mondo. C’è quasi da ringraziare la sorte se la giornata è così fredda, il buio così buio, le Marche così Marche, così piene di cose belle non (ancora) aggredite dalla folla.

 

 


Immagini di noi

Quando su questo sito descriviamo qualcosa, usiamo soprattutto le parole. Certe volte parliamo di una passeggiata al porto, altre volte di una scampagnata. Di rado, ma accade, facciamo escursioni con la macchina fotografica. E’ una questione di predisposizione.

Ma i luoghi che bazzichiamo e che cerchiamo di riportare all’attenzione dei lettori possono essere visti in tanti modi. Anche chiudendo gli occhi, e fermandosi ad ascoltare i rumori dai quali spesso ci difendiamo, ma qualche volta potremmo avvicinare come si fa con gli animali un po’ paurosi, o repellenti, ma in fondo buoni e bisognosi. Al riguardo, sentite qui.

A sua volta l’occhio, lo hanno insegnato in molti parlando di fotografia, non vede mai quello che è veramente e in particolare la fotografia resta un gran mistero, perché essa è un’orma, è qualcosa che nel momento in cui la vedi è già passata. Ma è anche un intervento di chi fotografa sulla realtà.

L’amico Danilo Manzotti è andato tra i luoghi dei quali anche noi parliamo e ci ha fotografato sopra in un certo senso se stesso. Ha trasformato quei luoghi con il solo atto di vederli e ora li ripropone in una mostra. Parlare della sua esposizione di fotografie ci permette anche di parlare di una sede espositiva, le stanze dalle volte a mattoni di Palazzo Camerata in via Fanti, ad Ancona, che troppo spesso non si conosce. Lì c’è quasi sempre una mostra, tenetevi informati.

Delle fotografie di Danilo parla il critico Marco Tarsetti e solleva una questione interessante sottolineando il fatto che Danilo utilizza le tecniche di ritocco fotografico per sporcare, in qualche modo rovinare, l’immagine fotografica. Il contrario di quel che normalmente accade.  Renderla meno certa, meno affidabile, più misteriosa. Insomma, restituirle la parola, permetterle di dialogare con noi, che certi ed affidabili non siamo.

L’inaugurazione della mostra, a Palazzo Camerata, è il 17 dicembre alle 17. La mostra dura dal 17 al 28 dicembre.

Diamoci un’occhiata, così come a questa pagina, che ricorda tutti gli eventi che accadono in città.


Chicche jesine

Le ragioni per andare a Jesi sono tante, di giorno e di sera. In effetti più di giorno… ma vale la pena seguire qualche jesino scafato per scoprire veri tesori nascosti. Ad esempio, siamo arrivati a Jesi verso le sei del pomeriggio, per una cena con amici, e a piedi dal parcheggio della stazione (3 minuti) siamo arrivati al Bar Trieste. Che cosa sia il Bar Trieste è scritto in maniera esemplare qui, in un articolo perfetto e calibrato, dal quale abbiamo anche scippato la foto sottostante, essendo noi sprovvisti di macchina fotografica, accidenti :-).

Posso aggiungere, essendo cresciuto in Vallesina, che la raccolta di oggetti della cultura contadina affastellati uno sull’altro è più di un museo amatoriale e testimonia un legame a doppio filo tra la gente di qui e i campi che accerchiano le mura di Jesi. Godersi un calice di vino nella stanza semibuia tra falcetti, vecchie biciclette, attrezzi per tirare la pasta, forconi e punteruoli ti trasporta in una specie di tempo mitico e per un attimo, solo un attimo, senti quasi di averli impugnati, tutti quegli attrezzi, in un passato vago, un’altra vita. Così è il lavoro della terra, che ci appartiene a tutti.

Dal Bar Trieste si esce un po’ confusi, è comprensibile. Facendosela a piedi, si riprende contatto con la realtà, anche se sempre un po’ falsata dai viottoli storici e dalle mura cittadine: si sale si sale sino ad entrare nel centro storico ed affacciarsi in piazza del teatro. Qui tutt’altro aperitivo di giovani in cappotto. Abbiamo dato un’occhiata rapida al teatro deviando poi a sinistra e entrando immediatamente alla Trattoria della Fortuna, dove ci aspettavano per cena.

Anche in questo caso, qualcuno ha scritto di questa trattoria qui e condividiamo l’opinione. Il ristorante casereccio, gestito da una famiglia che ogni tanto sforna qualche cuginetto da iniziare al mestiere di cameriere, si affaccia su una delle piccole piazze più intriganti di Jesi, piazza delle Monachette, che ci fa fare un altro salto nel passato fronteggiando un Albergo Diurno la cui facciata sembra uscita da un film di Pupi Avati.

Ci siamo gustati due ottimi primi fatti in casa – gnocchi, eccellenti, e tagliatelle al classico ragù – e una abbondante crescia con affettati e verdure, che consiglio di non perdere. Il servizio inesperto faceva quasi tenerezza ed era affiancato da un sorriso sincero e contadino da parte del proprietario al momento del conto più che abbordabile.

Ecco, magari prendere un amaro in più, che a Jesi dopo una certa ora non è ci sia tutta questa vita… anche se la cittadina sta mostrando segni di crescita da questo punto di vista. E poi una passeggiata come la nostra, con calma, molta calma, sapendo che attorno è campi, lavoro, e che la città ha le fondamenta su tutta questa fatica, bisogna rispettare il suo riposo.

 


Luoghi segreti

Ogni paese e città, regione e nazione – ogni pianeta probabilmente – ha luoghi segreti. Sono luoghi della natura, ad esempio i crateri dei vulcani all’interno dei quali si sviluppano ecosistemi che nemmeno immaginiamo e pascolano animali sconosciuti, o luoghi dell’uomo, strade abbandonate, parchi circondati dal cemento, antichi archi di chiostri abbandonati.

Sono i luoghi che facevano impazzire Hugo Pratt, avventuriero non solo su carta capace di mandare il suo Corto Maltese negli angoli meno conosciuti del Mare Salato, o, peggio, di Venezia.

Qua e là, sulla rete, si trovano questi angoli più o meno conosciuti. A proposito di Ancona, il capoluogo delle Marche, se ne scrive qui, immortalando un vero angolo di paradiso incastonato nel centro della città dorica.

Stiamo cercando i luoghi segreti delle città, delle campagne, del mare nelle Marche. Instancabili giriamo lungo strade e sentieri, sperando lo facciano anche i nostri lettori che potrebbero aver voglia di parlare dei loro luoghi segreti. Nel qual caso, è sufficiente mandarci una mail a info@viaggiareterraemare.it.

Luoghi da condividere, ma non luoghi 2.0.

 


Le barche

Ci sono ancora nella campagna delle Marche posti come questo. Si trovano per lo più sul retro di vecchie case coloniche abbandonate, con le porte scalcinate, le stalle vuote, i catenacci arrugginiti. Qualche contadino utilizza quelle zone a modo di rimessa. C’è di tutto.

Pneumatici di trattori rovesciati, carretti di legno popolati da insetti, plastiche spesse due dita accartocciate. Botti di rovere consumate dalla pioggia, cesti, cestini, secchi, secchielli, forconi pale vanghe rastrelli e vecchie pinze. Attrezzi di ogni foggia. C’è la rimessa in muratura per un grosso maiale soprannominato Johnny, ha gli occhi azzurri coperti dalle orecchie. Ci sono, anche, gattini che saltellano felici tra una maceria, una radice ei mattoni della casa abbandonata.

E ci sono questi bancali in legno con sopra tanto tanto fieno. La gente qui le chiama Le Barche, come se questa campagna, ancora, fosse un mare.


 

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