Scrittori Marchigiani 1 ciak si gira

Bene bene, continuo imperterrita la mia attività di giornalista/intervistatrice/opinionista in giro per le Marche. Lo sapevate che le Marche sono la regione con più musei pro capite d’Italia?

E lo sapevate che le Marche hanno un elevato tasso di natalità di artisti di ogni genere? Se sapeste quanti sono i disegnatori, i pittori, gli scultori, i grafici, gli scrittori, i poeti, i musicisti, i cantautori, i registi, gli attori che provengono dalle Marche senza che voi lo sappiate…

Il sipario di trubbiani per il teatro delle muse

Il sipario lavorato a maglio (!!!) di trubbiani per il teatro delle muse

Uno si ferma a Leopardi e a Rossini, magari a Raffaello che, diciamo la verità, a parte nascerci non è che abbia tutto questo rapporto con le Marche: e invece sono gli ultimi decenni ad avare una produzione culturale d’eccezione, per le dimensioni della regione.

Che so, la musica d’autore? Moltheni, Yuppie Flu, Massimo Volume, tanto per dire :-D

L’arte figurativa? Che domande, il più grande scultore italiano vivente, Valeriano Trubbiani. Ma poco più su c’è Arnaldo Pomodoro. E molto vicino c’è Enzo Cucchi. Ma cito solo i più importanti, da queste parti di pittori bravi c’è abbondanza…

E c’è un esercito di grafici dalle capacità straordinarie, disegnatori dalla bravura… argh… li adoro. Ad esempio questo artista qui di Ancona, Umberto Grati:

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Poi ci sono i video del postodellefragole, ma non solo: registi che girano l?Italia e il Mondo, attrici letteralmente eredi della grande Virna Lisi che ci fanno fare grandi figure al festival di Toronto e ricevono i complimenti di Robert Redford:

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Vi basta?

Bene, il post che sta per arrivare si occupa di letteratura: ho deciso di intervistare prima un autore di prose (e anche brillante opinionista) e, nei prossimi giorni, il miglior poeta della regione (almeno a mio parere).

Sotto a chi tocca.


Il Castello Recuperato

pietrarubbia

Scritto da me, che mi faccio chiamare Barone Rampante, un titolo del genere forse è un po’ troppo calviniano, lo ammetto. Ma non ce ne sono di migliori: sto procedendo molto lentamente verso la Rocca di San Leo, zigzagando, fermandomi nei bar e anche concedendomi qualche passeggiata.

– Potete fare quello che vi pare – hanno detto, no?

Per ora sono di stanza in un agriturismo della zona: un posto carino, con pareti di pietra e travi a vista. E’ zigzagando che finisco a Pietrarubbia, il castello recuperato. Non saprei come altro definirlo: Pietrarubbia è un comune ma, se andate a vedere su Wikipedia (io l’ho fatto, come sempre) è un “comune sparso”. Che come definizione fa abbastanza ridere, e potrebbe andare di diritto anch’essa nelle pagine di un romanzo di Calvino. Cos’è un comune sparso? Ci si immagina che qualcuno abbia aperto la mano all’improvviso e sventagliato in terra, come tanti semi, edifici, fabbriche, negozi e cittadini: ecco, il comune sparso.

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Ma, si sa, molto spesso i termini giuridici e geografici sono buffi. Perciò, non sottilizziamo.

Pietrarubbia era un castello importante, ai tempi dei guelfi e dei ghibellini. Poi, pian piano di queste terre ci si disinteressò: un po’ di ritocchi nel periodo rinascimentale, quando i Montefeltro rifecero tutti i loro castelli o quasi, e poco d’altro. Si spopolava: avete presente quando i borghi si spopolano… sembrano scivolare via, divenire una strada o, al massimo, un punto di riferimento sulla strada. Era, dunque, il Castello Abbandonato.

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Vorrei foste qui: è un posto davvero affascinante, lo ammetto. Quando mi hanno indicato l’itinerario, ero contento di visitare il parco del Sasso Simone e Simoncello (dove mi trovo ora), ma anche un po’ scettico nei confronti di alcune mete: Pietrarubbia, che posto è? mi chiesi.

E’ un Castello Recuperato, ecco cos’è. Un comune sparso, d’accordo, ma nemmeno tanto sparso. Chiedo un paio di indicazioni per arrivarci, è un weekend di beltempo, incontro numerosi ciclisti sulla strada e parcheggio lontano, per farmela un po’ a piedi.

A Pennabilli, molte delle cose buone si devono a Tonino Guerra (anche alcune delle meno belle, in effetti: non è che siano tutti capolavori); Pietrarubbia, invece, è il Castello di Arnaldo Pomodoro, lo scultore. Non amo Pomodoro: oddio, molti anni fa vidi una sua mostra ai Giardini del Belvedere di Firenze e, beh, era davvero spettacolare, mozzavano il fiato le sue opere affacciate sull’Arno. Ma non amo Pomodoro: la mia idea di scultura è un po’ più “artigianale”… de gustibus… Però, Pomodoro ha fatto in modo che Pietrarubbia non si fondesse con la strada, non diventasse in Castello Abbandonato, non scomparisse dalle Mappe: ne ha sollecitato il restauro e ha fondato qui il TAM, il Centro per la Trattazione dei Metalli. A Pietrarubbia, si impara a diventare scultori.

pomodoro

E si capisce che l’arte c’entra in questo paese recuperato, strappato alle grinfie del tempo e della storia: sarebbe stato un peccato, visto che da queste parti è nato proprio Guido da Montefeltro, che di arte se ne intendeva, e non solo di guerre e intrighi. Tutto è molto curato, cammino lento, attraverso l’abitato (si fa per dire) piano, non entro da nessuna parte e ne esco, anzi, per piombare nel parco che circonda Pietrarubbia: è un continuo: natura-castello-natura e, nel mezzo, l’improvviso emergere della Scultura.

Lode ad Arnaldo Pomodoro, dunque, e non solo ai Montefeltro.

So Long, Barone Rampante


 

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