La nostra gita della domenica è stata tra Spalato e Hvar. Abbiamo passato il sabato a Spalato, che come prevedevo è una città impressionante. Il bel tempo della domenica ci ha convinti ad un’escursione verso le isole.
Spalato è esattamente quello che mi aspettavo: il Palazzo dell’imperatore diocleziano è di fatto divenuto una città, le sue pareti sono perimetri di piazze e edifici barocchi gli sono cresciuti dentro, così ora poi appoggiarti ad una colonna romana mentre osservi un finestrone del Seicento… Poi, Spalato è naturalmente cresciuta anche all’esterno del Palazzo, ma dentro le sue mura vivono ben 3000 persona, così dicono le guide, per non parlare dei turisti.

I turisti sono molti, e quindi anche i negozi fatti su misura per loro con modellini del palazzo e souvenir di ogni genere, i bar e i ristoranti a prezzo fisso. La città è piuttosto caotica: un caos piacevole, frizzante, non troppo diverso dal caos che notai durante il mio viaggio in medioriente, l’anno scorso. Un caos dato da un’economia di scambio, e dalle diverse etnie abituate a vivere in una città, dalle diverse religioni.

Mirko come al solito ha voluto passeggiare senza meta per buona parte della giornata, e questa volta è stata la scelta giusta: dapprima ci siamo aggirati all’interno del palazzo, seguendo una piantina immaginaria che ci ha portato in atrii divenuti piazze, stanze divenute luoghi di incontro, templi divenuti chiese. Le pareti del palazzo sono consumate e grigie, sporche, vissute. Le colonne e i timpani fanno parte della vita quotidiana: non troppo diverso da ciò che accade in alcune zone di Roma. Ci fermiamo a mangiare una sotrta di kebab rivisitato seduti su scale del III secolo dopo Cristo.
La seconda parte della giornata l’abbiamo passato fuori dalle mura, sui sentieri del Monte Marjan. E’ un monte che sembra cadere addosso a Split ed è verdissimo, un polmone incredibile per la città. Avevamo già deciso, per domenica, di visitare le isole, così il monte bisognava farlo il sabato. Essendo Sabato, il monte, attorno cui girano lunghe e rilassanti passeggiate, è preso d’assalto anche da alcuni arrampicatori che, a mani, nude, affrontano la sua roccia, particolarmente favorevole a questo sport, almeno così mi dice un ragazzo cui chiediamo informazioni. Lungo la strada, oltre ad un cimitero ebraico, abbiamo incrociato diverse cappelle religiose. Ogni tanto si aprono begli squarci di vedute sul mare, e via via che si cammina ci si dimentica di essere praticamente ancora in città.

Mirko ha voluto girare per tutto il cimitero ebraico. Ha una passione per i cimiteri ebraici: quando andammo a Praga insieme, dove ce n’è uno particolarmente famoso, ci passammo praticamente un giorno intero. In realtà ha una passione per la cultura ebraica, che non so da dove provenga ma è piuttosto comprensibile, se si considera quanto sia complessa quella cultura. Si china, osserva le lapidi, mi spiega la curiosa maniera ebraica di sotterrare i defunti: una cosetta allegra insomma…

Alla fine riesco a staccarlo dai suoi morti e continuiamo a salire sino al teledrin, la punta del monte. Respiro: non c’è aria di città, qui. Ma Spalato l’antica è proprio lì sotto, l’imperatore Diocleziano senza dubbio non era uno stupido, se ha scelto questo posto per passarci gli anni della pensione
(continua tra poco con le isole)
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Da Sebenico abbiamo continuato a scendere e Mirko ha suggerito una tappa a Primosten. Forse, però, non è proprio stagione: questa ex-isola è molto elegante ma si protende tutta verso il mare. La gente viene qui soprattutto per fare sport, per le immersioni all’isola di Zarin che permette di vedere i banchi di corallo, e per le passeggiate al sole. E’ un posticino delizioso, ma credo sia ideale per la stagione calda, quando davvero stare qui può sollevare e rilassare. Certo, arrivando il colpo d’occhio è impressionante: il piccolo centro si sporge sul mare e sembra ancora un’isola trattenuta a stento dal continente. Tetti colorati, campanili, un centro delizioso.

Facciamo comunque una sosta in un piccolo locale che espone una lavagna con i prezzi del giorno. Dopo averci identificati come italiani (ma si vede così tanto?), l’oste-cameriere ci propone una sfida tra vini e inizia a tessere gli elogi di quello locale, il Babic e a sparare a zero su “Kianti, Barol, Moscat”.
Naturalmente, Mirko ha sentito parlare del Babic. Mirko è una specie di spugna che si aggira per il mondo raccogliendo ogni genere di informazione, ed è difficile trovare qualcosa di cui non abbia sentito parlare.
- E’ quello che ha la foto delle viti esposta alle Nazioni unite, vero? – chiede.
- Quello quello – fa il croato malcelando un accento disastroso, ma d’altronde è già un merito che sappia un poco di italiano.
Ho capito che ci toccherà assaggiare questo Babic e mi preparo chiedendo qualcosa da mangiare. Mi portano del prosciutto dalmata con un bel pane dorato. E due bicchieri di questo famigerato Babic. Il cameriere-oste, prima di farcelo assaggiare, stacca una fotografia dalla parete del suo bar e viene fuori, dove siamo seduti, per mostrarci le vigne dei dintorni.

le vigne
In effetti, si capisce perché siano all’ONU: se le vedesse doctor Timo, che parla delle aspre terre marchigiane e della fatica del vino che ne esce…
Il vino è buono (non sono un’intenditrice, non saprei come descriverlo a dovere) e si accompagna bene al prosciutto: un bel sole è venuto a salutare la nostra merenda improvvisata. Con Mirko spieghiamo la cartina della Croazia sopra il tavolo, per capire le nostre prossime mosse. A Mirko piace da matti fare la parte dello scout
Attorno a noi c’è un certo viavai di turisti, nonostante la stagione. Il paese però sembra piuttosto riposato, come smaltisca le fatiche estive. Il nostro amico torna a riempirci i calici, faccio cenno con la mano che per me è abbastanza ma, naturalmente, non mi ascolta. Diamo un’occhiata alla strada da fare: non è molta, il Paese è un concentrato di cose da vedere e tra una meta e l’altra la strada è breve. Ora, però, è il momento di poggiare la schiena alla sedia e lasciare il capo andare indietro, sirarsi un po’ e godere di questo clima che non vuole autunnarsi.
Edy
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