Arte su Arte: il lago di Cingoli

Ancora un lavoro che ci regala Danilo Santinelli, straordinario artista grafico di Jesi che rappresenta luoghi prima di ogni cosa interiori, legati al pensiero e all’immaginazione di chi guarda, bloccati nel ricordo di un incontro, lievi come fatti d’acqua eppure veritieri. Per VTM Danilo ha già raccontato Chiaravalle in un’immagine e ora ci parla del Lago di Cingoli.

Il Lago è il più grande bacino artificiale del centritalia e vanta una superficie di 90 km e una profondità di 70 metri. Si trova nei pressi di Cingoli, cittadina delle Marche dai bellissimi palazzi nobiliari, i musei particolari e gli eventi speciali come il raduno delle mongolfiere.

Il Lago attira una fauna aviaria particolarmente ricca e ospita piante sommerse e specie ittiche come il persico, la trota, il luccio, la carpa. Il suo paesaggio artificiale si sposa con il profilo delle montagne circostanti e nel tempo è divenuto natura esso stesso, più che invadere è stato conquistato.

Danilo ci regala un’immagine sospesa tra il sogno e la realtà, dove il paese riacquista il suo antico lignaggio e sembra navigare, vivo, sulle acque raccolte dall’uomo mentre sullo sfondo sonnecchiano i monti.

 


Chicche jesine

Le ragioni per andare a Jesi sono tante, di giorno e di sera. In effetti più di giorno… ma vale la pena seguire qualche jesino scafato per scoprire veri tesori nascosti. Ad esempio, siamo arrivati a Jesi verso le sei del pomeriggio, per una cena con amici, e a piedi dal parcheggio della stazione (3 minuti) siamo arrivati al Bar Trieste. Che cosa sia il Bar Trieste è scritto in maniera esemplare qui, in un articolo perfetto e calibrato, dal quale abbiamo anche scippato la foto sottostante, essendo noi sprovvisti di macchina fotografica, accidenti :-).

Posso aggiungere, essendo cresciuto in Vallesina, che la raccolta di oggetti della cultura contadina affastellati uno sull’altro è più di un museo amatoriale e testimonia un legame a doppio filo tra la gente di qui e i campi che accerchiano le mura di Jesi. Godersi un calice di vino nella stanza semibuia tra falcetti, vecchie biciclette, attrezzi per tirare la pasta, forconi e punteruoli ti trasporta in una specie di tempo mitico e per un attimo, solo un attimo, senti quasi di averli impugnati, tutti quegli attrezzi, in un passato vago, un’altra vita. Così è il lavoro della terra, che ci appartiene a tutti.

Dal Bar Trieste si esce un po’ confusi, è comprensibile. Facendosela a piedi, si riprende contatto con la realtà, anche se sempre un po’ falsata dai viottoli storici e dalle mura cittadine: si sale si sale sino ad entrare nel centro storico ed affacciarsi in piazza del teatro. Qui tutt’altro aperitivo di giovani in cappotto. Abbiamo dato un’occhiata rapida al teatro deviando poi a sinistra e entrando immediatamente alla Trattoria della Fortuna, dove ci aspettavano per cena.

Anche in questo caso, qualcuno ha scritto di questa trattoria qui e condividiamo l’opinione. Il ristorante casereccio, gestito da una famiglia che ogni tanto sforna qualche cuginetto da iniziare al mestiere di cameriere, si affaccia su una delle piccole piazze più intriganti di Jesi, piazza delle Monachette, che ci fa fare un altro salto nel passato fronteggiando un Albergo Diurno la cui facciata sembra uscita da un film di Pupi Avati.

Ci siamo gustati due ottimi primi fatti in casa – gnocchi, eccellenti, e tagliatelle al classico ragù – e una abbondante crescia con affettati e verdure, che consiglio di non perdere. Il servizio inesperto faceva quasi tenerezza ed era affiancato da un sorriso sincero e contadino da parte del proprietario al momento del conto più che abbordabile.

Ecco, magari prendere un amaro in più, che a Jesi dopo una certa ora non è ci sia tutta questa vita… anche se la cittadina sta mostrando segni di crescita da questo punto di vista. E poi una passeggiata come la nostra, con calma, molta calma, sapendo che attorno è campi, lavoro, e che la città ha le fondamenta su tutta questa fatica, bisogna rispettare il suo riposo.

 


Colli e Lame

Ha un che di domestico, dicevo, la Valle Esina. Se ne è sempre stata così, per i fatti propri, a lavorare la terra prima e a trasformare i materiali poi, e non ha mai pensato di imbellettarsi. Somiglia alle donne che la abitano, tutte capaci di strappare i frutti ai campi, ma un po’ imbranate col rossetto.

filottrano

Negli ultimi anni un po’ di cittadini hanno rilevato delle case coloniche, sostituendole con agriturismi curati e circondati da girasoli e viti. Niente di male: se ne vedono ogni tanto, passando per questi tornanti.

– Dove andiamo papà?

– A Staffolo.

– Da Lucio?

– No, non ci fermiamo. Andiamo in paese.

campi

Però, io preferisco sempre l’aria domestica, gli elaborati marchingegni che qui i contadini inventano per dissetare i conigli, che non hanno niente da invidiare agli acquedotti degli architetti romani. Gli asciugamani lavati senza ammorbidente. E le zucche mangiate quando è tempo di zucche, che viene la nausea ma non si possono mica buttare.

Lucio, a proposito, è un amico che produce del gran vino. Ha vinto dei premi e a mio parere, che lo seguo sin dall’inizio, in gran parte è suo il merito dei miglioramenti ottenuti dal verdicchio negli ultimi decenni. Il suo arrivo ha scombussolato le carte in tavolo.

rosora

La sua casa, e la sua terra, stanno a ridosso di una curva di tornante sulla via per Staffolo. Anni fa visitavo spesso la sua cantina: mi veniva incontro questo ragazzo grande e grosso, che sembrava uscito da un centro sociale metropolitano, con tanto di piercing e rasato. Ma era bravo: accidenti se era bravo. La moglie aveva ereditato quella terra e lui, dipendente delle poste, non vi aveva pensato su due volte:

– Andiamo a fare il vino – aveva detto. E così è stato.

Ad ogni modo, il vino qui è benedetto dalla terra dura e seghettata, segnata dalle Lame scoscese e da un vento prezioso. Lucio ne ha enfatizzato i profumi, ammorbidito il tocco ed ecco la sorpresa: il verdicchio aveva una sua bella nobiltà.

vegetazione

Continuiamo a salire. La valle si apre e chiude ad ogni curva, come un ventaglio, mentre edifici di cooperative, allevamenti di ovini e trebbiatrici addormentate ci spingono verso il paese. Dall’alto, si scorge bene l’essenza di una terra che è frutto di patchwork collettivo: fazzoletti arati, coltivati, ripassati, educati, limati, un lavoro continuo, indefesso, contadino. Mi auguro sempre, venendo qui, che questa nuova evidenza del turismo, questa riscoperta bellezza della Valle, non insinui dubbi nei suoi abitanti, non li faccia divenire troppo commercianti. Ma poi, basta scambiare due chiacchiere con Sante al bar, o con Manlio al ristorante, per capire che non sarà così.

A presto, Dr. Timo


La valle

E’ mattina, non sono ancora le 9. La nostra residenza temporanea si trova nelle colline attorno a Jesi, si gode un panorama di campi e di trattori fermi. Quando siamo tornati, ieri sera, ho chiesto ad un signore che si occupa del terreno qui accanto notizie sul suo trattore: non immaginavo fossero tanto costosi, e tanto evoluti sul piano dei comfort. Aria condizionata, sedili ergonomici, comandi semplificati. Il bello della tecnologia, per un lavoro duro. Dopo esserci salito, ho accettato il suo limoncello fatto in casa. La temperatura è ancora buona, e dopo il tramonto molti degli abitanti di queste piccole frazioni resta fuori a chiacchierare.

In vallesina

In vallesina

Stamattina le ragazze fanno colazione e io mi metto fuori a scrivere. A Jesi, ci siamo persi un pochino tra le vie strette dietro la Cattedrale e siamo arrivati ad un piccolo parco e alle Mura, dalle quali si gode di un panorama interessante. Non proprio bello, ma esaustivo, perché c’è la valle, punteggiata delle centinaia di piccole fabbriche che, qui, hanno sostituito i campi e anni fa hanno fatto gridare al miracolo economico marchigiano. Oggi certamente ridimensionato.

Oltre le fabbriche che s’irradiano da Jesi, oltre la foschia, si intuisce il disegno collinare della Valle: dossi morbidi, non tappeti erbosi come accade in Toscana, ad esempio. Se una collina fosse una perla, allora direi che in Toscana si passa il tempo a levigarla, mentre qui la si carezza con le mani callose; là si mette al collo in forma di collana, qui si tiene stretta nel pugno chiuso in tasca.

ripe

le Ripe

Non è un paesaggio sorprendentemente bello, quello della Valle Esina. Non compete con l’Umbria, tanto meno con la Toscana, questo va detto. E però, se mi sporgo da una finestra, o dal un terrazzo, o faccio una passeggiata assieme alle mie figlie, mi rimangio questo pensiero e resto ammirato da quel che corre tra gli abitanti di qui e la loro terra.

Ad esempio, seduto sul retro dell’abitazione del mio ospite ieri sera, ogni persona, zio o cugino, e animale, cane o gatto, e ogni cosa parlavano di terra: non di orto, come accade a casa mia, ma di terra dura, di raccolto, di fatica, di cucina fatta esclusivamente di terra locale. E la terra locale non è che faccia regali: il vino è duro e spigoloso, le erbe con cui si preparano i pranzi altrove sono considerate erbacce, come la ruta; sì, è una terra intrisa di fatica.

san vicino e colline

san vicino e colline

Di questa Valle Jesi è, come ho detto, una sorta di capitale: un crocevia di lavoratori che si disperdono ogni mattina nei vari borghi di campagna dove sorgono piccole e discrete imprese, ma anche un centro che pretende sempre più d’essere elevato a rango di città. Così, ne viene fuori un centro strano: mira all’alta borghesia pur essendo fatto essenzialmente di gran lavoratori. Ha negozi decisamente migliori rispetto a città più grandi delle Marche, ma si respira sempre aria di paese e resistono le drogherie dove puoi trovare tutto, dagli aghi al latte, dal Verdicchio al pane fresco. Gli scolari arrivano dalle frazioni circostanti in corriera come nei film di Pupi Avati, e lungo il corso negozi mettono in vetrina impianti Bang & Olufsen.

E’ la capitale di una Valle che sino a qualche anno fa non aveva nemmeno lontanamente pensato ad essere risorsa turistica: è questa, immagino, la cosa che la rende così piena di fascino. Ecco perché non somiglia a nessun altro mondo collinare che si vede nelle cartoline: è come un quadro di valore rimasto sempre dentro casa, mai valutato e mai finito nei Musei.

Scusate se mi sono lasciato andare con le metafore, ma ho sempre avuto un debole per questi posti e non è facile trasmettere certe sensazioni. Cercherò di essere meno enfatico nel prossimo post: ora prendo le mie figlie, che hanno finito colazione, e iniziamo un giro per i paesi qui attorno che, con un po’ di arroganza, si chiamano Castelli…

C’è un po’ di sole, non troppo.

– Dove ci porti adesso?

Hanno appena finito le meringhe che si sono portate qui da Jesi.

– Un po’ per campi, e poi un ben giretto a Staffolo e Cupramontana. Va bene?

Mia moglie sospira: troppo vino da quelle parti. Ma le ragazze sembrano contente. Martina gioca col navigatore, che esce dal cassetto del cruscotto solo quando lei è in auto.

A presto, Dr. Timo


La terra gli Uomini

Oggi è una giornata come si deve e con le tre donne decidiamo di sfruttarla come si dovrebbe: nel nostro tabellino di marcia ci sarebbe Jesi, e difatti lì ci stavamo dirigendo, e ci dirigeremo. Ma lo faremo con calma, perché oggi questa Vallesina ci trattiene.

vallesina

Conosco questa terra bene, e la conosco soprattutto per il vino, e la cura che mette la gente nell’occuparsi dei maiali. Magari poi approfondiremo la questione: qui il maiale è sempre stato uno di casa ed una volta conobbi un contadino che ne aveva due, Rocco e Caruso, e al mattino apriva il cancello, loro uscivano e lo seguivano a spasso come cagnolini. Veniva trattato con rispetto, questo splendido animale che con l’aggiunta di un piccolo orto manteneva famiglie intere. Si chiamava Rino, se non sbaglio, quel contadino, ed abitava qui vicino.

019

Lascio andare la guida lungo le colline, passando frazioni e paesi. C’è il sole, e la gente sta a grappoli fuori delle case a chiacchierare, noi passiamo con l’auto e ci guardano sfilare via, poi riprendono da dove avevano finito.

La Valle dell’Esino è molto di quel che c’è da sapere sulla nostra storia: qui i contadini sono diventanti operai di fabbrica nell’arco di mezza generazione, ma le cose non sono cambiate poi molto. Perché i padroni erano piccoli proprietari, ci si affezionava, si lavorava quasi da mezzadri.

Io ne so qualcosa.

Su queste colline e nelle valli si è solo asfaltato un po'; sono arrivati enologi e per qualche anno anche nuovi ricchi pronti a cementificare ovunque, ma per fortuna è durato poco. Oggi scorriamo come una palla sul biliardo a bordo dell’auto, le bambine un poco stanche socchiudono gli occhi, mia moglie ha preso il volante, un uomo grande e grosso sta sul ciglio della strada con la zappa.

Tutta questa natura l’ha disegnata l’uomo; tutti questi uomini li ha plasmati la natura.

A presto, con alcune storie di questa terra

Dr. Timo


 

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