Colli e Lame

Ha un che di domestico, dicevo, la Valle Esina. Se ne è sempre stata così, per i fatti propri, a lavorare la terra prima e a trasformare i materiali poi, e non ha mai pensato di imbellettarsi. Somiglia alle donne che la abitano, tutte capaci di strappare i frutti ai campi, ma un po’ imbranate col rossetto.

filottrano

Negli ultimi anni un po’ di cittadini hanno rilevato delle case coloniche, sostituendole con agriturismi curati e circondati da girasoli e viti. Niente di male: se ne vedono ogni tanto, passando per questi tornanti.

– Dove andiamo papà?

– A Staffolo.

– Da Lucio?

– No, non ci fermiamo. Andiamo in paese.

campi

Però, io preferisco sempre l’aria domestica, gli elaborati marchingegni che qui i contadini inventano per dissetare i conigli, che non hanno niente da invidiare agli acquedotti degli architetti romani. Gli asciugamani lavati senza ammorbidente. E le zucche mangiate quando è tempo di zucche, che viene la nausea ma non si possono mica buttare.

Lucio, a proposito, è un amico che produce del gran vino. Ha vinto dei premi e a mio parere, che lo seguo sin dall’inizio, in gran parte è suo il merito dei miglioramenti ottenuti dal verdicchio negli ultimi decenni. Il suo arrivo ha scombussolato le carte in tavolo.

rosora

La sua casa, e la sua terra, stanno a ridosso di una curva di tornante sulla via per Staffolo. Anni fa visitavo spesso la sua cantina: mi veniva incontro questo ragazzo grande e grosso, che sembrava uscito da un centro sociale metropolitano, con tanto di piercing e rasato. Ma era bravo: accidenti se era bravo. La moglie aveva ereditato quella terra e lui, dipendente delle poste, non vi aveva pensato su due volte:

– Andiamo a fare il vino – aveva detto. E così è stato.

Ad ogni modo, il vino qui è benedetto dalla terra dura e seghettata, segnata dalle Lame scoscese e da un vento prezioso. Lucio ne ha enfatizzato i profumi, ammorbidito il tocco ed ecco la sorpresa: il verdicchio aveva una sua bella nobiltà.

vegetazione

Continuiamo a salire. La valle si apre e chiude ad ogni curva, come un ventaglio, mentre edifici di cooperative, allevamenti di ovini e trebbiatrici addormentate ci spingono verso il paese. Dall’alto, si scorge bene l’essenza di una terra che è frutto di patchwork collettivo: fazzoletti arati, coltivati, ripassati, educati, limati, un lavoro continuo, indefesso, contadino. Mi auguro sempre, venendo qui, che questa nuova evidenza del turismo, questa riscoperta bellezza della Valle, non insinui dubbi nei suoi abitanti, non li faccia divenire troppo commercianti. Ma poi, basta scambiare due chiacchiere con Sante al bar, o con Manlio al ristorante, per capire che non sarà così.

A presto, Dr. Timo


 

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