I Miei Sensi

Qualche tempo fa Paolo, il nostro “speaker”, ci chiese di parlare delle emozioni sensoriali provate nel corso del viaggio. Di quello che maggiormete colpì la nostra vista, l’udito, l’olfatto e via dicendo. Un argomento interessante: al giorno d’oggi, forse il cervello è un po’ troppo ingombrante, non trovate? Gli input sono così tanti che quando vediamo, che so, un paesaggio collinare la nostra mente inizia a somigliare a quei blog dove spuntano ovunque popup senza attendere un comando: hai letto qualcosa sulle colline? PUF, spunta il popup… le foto di Giacometti? PUF, un altro. L’economia rurale? ARIPUF. E così via. Ma, soprattutto, il cervello ci dice immediatamente che dobbiamo:

1) Fotografare quel paesaggio;

2) condividere quel paesaggio

Il che è sacrosanto (altrimenti non sarei qui), ma magari, prima, lasciamo viverlo ai nostri sensi. Insomma, vediamo di equilibrare il rapporto cervello-cuore, no?

psicanalisicuorecervello

Con un po’ di ritardo, quindi, rispondo allo spunto lanciato da Paolo. Non ho fotografie, né video, né disegni. La mia è una lista semplice, come quelle della spesa:

La vista: durante il viaggio ho visto uno sperone di roccia che somigliava a un braccio fratturato. Stava dritto su una spalla del Monte Sibilla e lentamente, molto lentamente, veniva circondato da una nebbia fitta. Avete presente il film Fog di Carpenter (non il remake). Ero seduto sull’erba umida, dopo la salita, e non riuscivo a staccare gli occhi da quelle dita di nebbia che si allungavano per afferrare lo sperone. Ero ipnotizzato: la lentezza della scena mi stregava. Finché lo sperone, senza un lamento, è scomparso nell’abbraccio.

Il Tatto: mi piace toccare le cose. Da sempre. Da bambino toccavo ogni superficie, ogni oggetto, ogni tessuto e materiale. Per questo, mi prendevo anche delle sberle. Quindi non è facile scegliere, ma il giorno che passai a Mezzavalle ho incontrato un enorme sasso a forma di testa di cavallo (più o meno…) e lì vicino stava un altro sasso meraviglioso, striato, rosato e silenzioso. Corrotto dal mare, assolato e un po’ goffo, non troppo affusolato, il sasso chiamava la mia mano. Vi poggiai il palmo, ne percorsi le asperità e fu quasi come parlarci. Diceva cose interessanti.

L’udito: senza aggettivi: il suono dell’acqua nel parco di Plitvice alle 7 del mattino.

Il Gusto: questo è facile, anche se un po’ proustiano. Da poco arrivato in Croazia, non resisto alla tentazione di sorseggiare un bicchiere di Maraschino. La cosa mi proietta in un istante a quando, ancora bambino, me lo facevano assaggiare in famiglia, tra una fase e l’altra della preparazione di un dolce.

Maraschino

L’Olfatto: a questo punto scadrò direttamente nel banale. Vorrei parlare di mirra, o spezie esotiche, o afrore di una bettola di periferia, fumo di un sigaro scadente, che so, una cosa alla Chandler. E invece, che bisogna dire, se non dell’odore del mare che ha quasi riempito ogni momento del mio viaggio? Non sono abituato al Mare, preferisco passare il tempo all’interno, nelle valli e sui monti. Ma poi questa cosa quasi sacra che occupa gran parte del pianeta si presenta in tutte le sue forme: entra negli occhi, ma soprattutto nel naso. E si respira, e bisogna, prima o poi, tornare a resporarlo. Sì, il mare è l’odore per eccellenza. Altroché.

Hanno partecipato però al concorso anche, tra gli altri:

il manoscritto de l’Infinito di Leopardi (vista), la sigaretta da esportazione di un tizio che aspettava con me dal benzinaio a Zadar (olfatto), il profumo alla vaniglia di una signora in fila avanti a me in banchina (olfatto), il fatto di non poter toccare stalattiti e stalagmiti delle grotte di Frasassi, che faceva prudere le dita (tatto), il pollo arrosto che non sarebbe speciale, se non lo mangiassi nel mezzo del parco (gusto)…….. e molto altro :-)


Recensione

Prima di iniziare questo viaggio ci siamo messi d’accordo che, salvo rare eccezioni, non avremmo parlato esplicitamente di locali, alberghi o ristoranti. Nessun motivo particolare, ci siamo semplicemente sentiti di fare così: se qualcuno ce lo chiedesse, scenderemo nei dettagli. Non è una regola, ma una tendenza.

Però, stavolta, il ristorante lo cito.Non perché sia il più buono che io abbia mai frequentato, ma perché credo valga la pena.

Qualcuno di quelli che leggono è abbastanza su con gli anni da ricordarsi il film Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco di Mel Brooks? Quel capolavoro secondo forse solo a Frankestein Junior? Ecco, in quel film, ad un tratto, dal vecchio west si passava, attraverso un rissoso colpo di scena, in un set hollywoodiano. Questo ristorante non è molto diverso.

Per dormire ci siamo appoggiati a Isola di san Biagio, sotto il Monte Sibilla, un posticino ameno con appartamenti rustici, macchine del caffè trifamiliari, forchette pieghevoli e lenzuola inamidate. A dire il vero, hanno anche una zona più elitaria, con tanto di piscina, ma a noi piace così :-) Siamo vicini a Montemonaco e non ci manca nulla. La polvere non ci spaventa, siamo una famiglia di campagna e mia figlia Martina da piccola i ragni che trovava li mangiava, perciò…

zona

Ma, dicevo, in questo villaggio vecchio west governato da un signore che si fa chiamare P., al pianoterra di uno degli edifici e sotto uno degli appartamenti c’è il ristorante: ci venni molti anni fa, ero più giovane e con gli amici, e ricordavo ancora i tavolacci, il vino asprigno, le compagnie di camminatori prima che si diffondesse la parola Trekking.

– vediamo se è rimasto così anche questo – dico entrando al ristorante.

– …

Dico, dopo essere entrato.

Il ristorante Il Tiglio è oltre un varco spaziotemporale di quelli che si vedono nei film di fantascienza. Ha tende diafane e dai colori morbidi alle finestre, luci soffuse, candele e qualche grande dipinto stile fine Ottocento alle pareti; di fatto, non ha stile: è una somma di stili romantico. decadente, art nouveau e luigi XIV. Ma arrivando dalle asperità dei Sibillini, è come un temporale a ferragosto.

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Il figlio del citato P. ha sempre avuto una passione per la cucina e, dopo aver studiato a lungo (ma in cucina, si sa, c’è sempre da studiare) ha convinto il padre ad aprire un ristorante del tutto estraneo a queste terre, se non fosse per l’utilizzo di alcuni ingredienti indigeni.

Le tovaglie candide, l’argenteria allineata, i piatti limpidi, le candele e un menù che magari ha qualche pecca, ma certo non manca di originalità; e ricevere al tuo arrivo un cestino di pane che ricorda certi gourmet francesi di un decennio fa, beh, è quasi commovente.

Il menù degustazione non supera i trenta euro, anzi qualcosa di meno, e i piatti sono decisamente all’altezza. Ci sono alcune piccole esitazioni, l’equilibrio delle portate è sempre un po’ giovane, come lo chef d’altronde, che ha la grazia di venire spesso al tavolo a chiedere come va? Tutto bene? ed è una bella abitudine ormai persa nella maggior parte dei ristoranti.

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I piatti sono, dicevo, eccellenti, anche se lo chef dà il meglio di sé quando si affida ai sapori di questa terra, mentre talvolta sembra esagerare nella decorazione: ma è un semplice appunto ad un compito molto ben fatto, come mettere un meno accanto a un 9 sul tema di un alunno.

Il servizio è gentile soprattutto con le mie figlie, e questo lo apprezzo sempre, perché con i piccoli ci vuole pazienza e grazia.

Dopo cena, e dopo un immancabile Varnelli, l’Ouzo delle terre nostre, passeggiamo per il piccolo borgo che, improvvisamente, grazie al ristorante, è diventato incantato come in un fumetto di Walt Disney… ed io, sono pieno come Shreck :-)


 

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