Il Castello Recuperato

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Scritto da me, che mi faccio chiamare Barone Rampante, un titolo del genere forse è un po’ troppo calviniano, lo ammetto. Ma non ce ne sono di migliori: sto procedendo molto lentamente verso la Rocca di San Leo, zigzagando, fermandomi nei bar e anche concedendomi qualche passeggiata.

– Potete fare quello che vi pare – hanno detto, no?

Per ora sono di stanza in un agriturismo della zona: un posto carino, con pareti di pietra e travi a vista. E’ zigzagando che finisco a Pietrarubbia, il castello recuperato. Non saprei come altro definirlo: Pietrarubbia è un comune ma, se andate a vedere su Wikipedia (io l’ho fatto, come sempre) è un “comune sparso”. Che come definizione fa abbastanza ridere, e potrebbe andare di diritto anch’essa nelle pagine di un romanzo di Calvino. Cos’è un comune sparso? Ci si immagina che qualcuno abbia aperto la mano all’improvviso e sventagliato in terra, come tanti semi, edifici, fabbriche, negozi e cittadini: ecco, il comune sparso.

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Ma, si sa, molto spesso i termini giuridici e geografici sono buffi. Perciò, non sottilizziamo.

Pietrarubbia era un castello importante, ai tempi dei guelfi e dei ghibellini. Poi, pian piano di queste terre ci si disinteressò: un po’ di ritocchi nel periodo rinascimentale, quando i Montefeltro rifecero tutti i loro castelli o quasi, e poco d’altro. Si spopolava: avete presente quando i borghi si spopolano… sembrano scivolare via, divenire una strada o, al massimo, un punto di riferimento sulla strada. Era, dunque, il Castello Abbandonato.

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Vorrei foste qui: è un posto davvero affascinante, lo ammetto. Quando mi hanno indicato l’itinerario, ero contento di visitare il parco del Sasso Simone e Simoncello (dove mi trovo ora), ma anche un po’ scettico nei confronti di alcune mete: Pietrarubbia, che posto è? mi chiesi.

E’ un Castello Recuperato, ecco cos’è. Un comune sparso, d’accordo, ma nemmeno tanto sparso. Chiedo un paio di indicazioni per arrivarci, è un weekend di beltempo, incontro numerosi ciclisti sulla strada e parcheggio lontano, per farmela un po’ a piedi.

A Pennabilli, molte delle cose buone si devono a Tonino Guerra (anche alcune delle meno belle, in effetti: non è che siano tutti capolavori); Pietrarubbia, invece, è il Castello di Arnaldo Pomodoro, lo scultore. Non amo Pomodoro: oddio, molti anni fa vidi una sua mostra ai Giardini del Belvedere di Firenze e, beh, era davvero spettacolare, mozzavano il fiato le sue opere affacciate sull’Arno. Ma non amo Pomodoro: la mia idea di scultura è un po’ più “artigianale”… de gustibus… Però, Pomodoro ha fatto in modo che Pietrarubbia non si fondesse con la strada, non diventasse in Castello Abbandonato, non scomparisse dalle Mappe: ne ha sollecitato il restauro e ha fondato qui il TAM, il Centro per la Trattazione dei Metalli. A Pietrarubbia, si impara a diventare scultori.

pomodoro

E si capisce che l’arte c’entra in questo paese recuperato, strappato alle grinfie del tempo e della storia: sarebbe stato un peccato, visto che da queste parti è nato proprio Guido da Montefeltro, che di arte se ne intendeva, e non solo di guerre e intrighi. Tutto è molto curato, cammino lento, attraverso l’abitato (si fa per dire) piano, non entro da nessuna parte e ne esco, anzi, per piombare nel parco che circonda Pietrarubbia: è un continuo: natura-castello-natura e, nel mezzo, l’improvviso emergere della Scultura.

Lode ad Arnaldo Pomodoro, dunque, e non solo ai Montefeltro.

So Long, Barone Rampante


Giorno Ricco

frutti dimenticati

frutti dimenticati

Il tempo non è un granché. Ma il primo giorno è buono: PennaBilli è piena di cose da vedere. Non ci si annoia. E non è normale: passo dalla campana tibetana alle meridiane al museo del calcolo ai luoghi dell’anima… posto strano. Contadini, fornelli e panni stesi accanto a mille curiosi modi di vivere l’ambiente. La maggior parte di quel che si visita è voluto o promosso da Tonino Guerra, ex sceneggiatore, poeta, scrittore e finalmente famoso per la pubblicità d’una catena di elettrodomestici.

La cosa più bella è L’Orto dei frutti dimenticati: raduna alberi una volta tipici dell’appennino, colture dai profumi intensi e manufatti (tipo meridiane e porte); si sta bene qui. Non è un luogo da vedere, in effetti, ma da sentire. E’ naturale, eppure artificiale. Unisce l’uomo alla campagna.E’ domestico, in senso buono.

Giro per il paese tra apette truccate e una macelleria affollata. Caffè al bar. Me lo servono con un bicchierino d’acqua. Ancora luoghi dell’anima: c’è un rapporto stretto tra PennaBilli e il Tibet, la gente ne va fiera , il Dalai Lama è venuto qui. Ha piantato il gelso della Pace. Fuori del Paese, mi dice il barista, c’è anche una campana tibetana, lassù, indica nel nulla. Ci andrò.

– Ma davvero il Dalai Lama? – è una storia lunga, di secoli, mi dicono. Storia di un missionario di Penna in Tibet, molto aperto di vedute. PennaBilli e il Tibet, pensa un po’.

Tibet & Vallesina

Tibet & Montefeltro

Deve essere gente saggia qui. Alterna la campagna al piccolo commercio, e alterna la poesia alla logica più pura: luoghi dell’anima, sì, ma anche Museo del Calcolo. Si sa mai. Il Museo è divertente e non solo per ragazzi, ma credo i ragazzi ci si divertano da matti. Io rimpiango un po’ l’Orto, che ho lasciato troppo presto.

Insomma una cittadina un po’ naif. Ci trovo Giuggiolo, Uva Spina, e esemplari di Computer Apple del 1983; grazia romagnola, schiettezza marchigiana.Niente male come prima tappa, la ripasserò con calma.

So Long, Barone Rampante

Apple 1983

Apple 1983


 

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